Esperimenti spaziali

Produrre l’acqua dalla sabbia della Luna è possibile. In laboratorio

Successo per l’esperimento condotto dal Politecnico di Milano insieme a Ohb Italia nell’ambito di un progetto di Asi ed Esa

di Leopoldo Benacchio

Afp

2' di lettura

La Luna è polverosa, completamente ricoperta da uno strato di diversi centimetri di granelli di materiale in buona percentuale metallico. Quella polvere, originata dai continui urti con meteoriti, di ogni dimensione dal millimetro in su, cela entro di sé un vero e proprio tesoro, e non è oro o litio o diamanti, ma qualcosa di molto più prezioso: i componenti dell'acqua.

Per capire come estrarli e riaccoppiarli nella preziosa molecola, operazione non proprio facile, si sono messi assieme l'accademia, nel caso il Politecnico di Milano col suo prestigioso Laboratorio di Scienza e Tecnica aerospaziale, e l'industria, Ohb Italia.

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Il risultato c'è, almeno nel laboratorio del Politecnico in cui è stato approntato il macchinario che ha estratto, da sabbia che replica in modo sostanziale la polvere e regolite lunare, la tanto desiderata H2O, con un sistema che prevede due passaggi distinti.

Realizzazione importante per la sopravvivenza sul nostro satellite, ora che Europa e America, ma anche Russia e Cina, si apprestano a tentare il grande salto di tornare sulla Luna, e va bene, ma anche restarci. Per noi umani respirare e bere non è un optional.

Il team di lavoro per il progetto Isru "aqua dalle rocce lunari" coordinato da. Michèle Lavagna con l'azienda Ohb (HB foto, © Matteo Bergamini/Lab Immagine

L'attrezzatura per il momento è dimostrativa, come dice Roberto Aceti, amministratore delegato di Ohb Italia, ma che dimostra la fattibilità di una tecnologia abilitante fondamentale per inviare sul nostro satellite naturale esseri umani anche in strutture complesse. «In questo particolare campo siamo avanti rispetto ad altri Paesi», conclude Aceti.

Il progetto, Isru, acronimo di “In situ resource utilisation”, è sostenuto dalle Agenzie spaziali italiana, Asi, ed europea, Esa. Michèle Lavagna, docente al Politecnico milanese, chiarisce bene come non si estragga ovviamente l'acqua dalla polvere lunare, ma la si ricavi da un processo a due stadi, entrambi ad alta temperatura, togliendo alla polvere metallica idrogeno e ossigeno e ricombinandoli con un processo termo chimico, in acqua.

In una fornace adatta, da laboratorio ovviamente quindi di ingombro modesto, viene inserita la polvere simile a quella lunare e portata ad alta temperatura assieme a gas inseriti a parte. A questo punto l'atomo di ossigeno si attacca alle particelle di Carbonio e viene trasportato verso il secondo stadio come gas di anidride carbonica o di ossido di carbonio.

Siamo ancora lontani però dall'acqua, ma a questo pensa il secondo apparato, con un secondo forno e una seconda reazione chimica che produce ghiaccio di H2O.Ora si tratta di farlo sulla Luna, ma la strada è intrapresa e promettente e la tecnologia, utilizzata in modo innovativo, è tutta italiana.

In soli dieci giorni abbiamo imparato quindi dagli esperimenti di Nasa che su Marte si può pensare di estrarre ossigeno e ora questo altro promettente passo. La strada per lo spazio è sempre più aperta.

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