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Quale ordine può nascere dal disordine mondiale

Allarghiamo lo sguardo. L'aggressione russa dell'Ucraina va oltre la volontà criminale di Vladimir Putin di ricostruire l'immaginaria nazione-impero russa.

di Sergio Fabbrini

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4' di lettura

Allarghiamo lo sguardo. L'aggressione russa dell'Ucraina va oltre la volontà criminale di Vladimir Putin di ricostruire l'immaginaria nazione-impero russa. Quell'aggressione si inserisce nella messa in discussione delle democrazie liberali e nel rivolgimento dell'ordine unipolare creatosi con la fine della Guerra Fredda (1991). Dalla Siria all'Ucraina, da Hong Kong al Mali, forze e leader autoritari sono in azione per promuovere nuove gerarchie regionali e globali. Il vecchio ordine si è esaurito, il nuovo ordine è ancora da definire. Vediamo meglio.Sul piano internazionale, i Paesi che garantiscono lo stato di diritto, la competizione politica e le libertà fondamentali, tra cui quelle economiche, sono una minoranza. Secondo l’ultimo rapporto del V-Dem Institute, il loro numero è diminuito da 42 (2012) a 34, mentre i Paesi retti da regimi autoritari sono in crescita ovunque.

Il 70 per cento della popolazione mondiale (5,4 miliardi persone) vive nei secondi, solamente il 13 per cento nei primi. È vero che le democrazie liberali (in specifico l’America e l’Europa) producono più del 50 per cento del Pil globale, mentre la Cina e la Russia ne producono (insieme) meno del 20 per cento. Tuttavia, ciò non è bastato per attrarre il global south autoritario verso l’apertura economica e politica. Per di più, l’autoritarismo è divenuto una pratica diffusa anche nei Paesi formalmente democratici (come l’India, il Brasile, l’Ungheria, la stessa America), probabilmente come risposta (per Yascha Mounk) alla “paura della diversità”. In questo contesto, non è interesse dei Paesi a democrazia liberale dare vita a una nuova guerra fredda con il mondo dell’autoritarismo. Certamente, essi dovrebbero cooperare più strettamente su temi come la sicurezza e lo sviluppo, senza dare vita, però, ad una fortezza chiusa in sé stessa. Ad esempio, ha scritto Michael Hirsh, per raggiungere l’obiettivo di sanzionare economicamente la Russia, ci si può “alleare” con Paesi cui interessa poco la difesa della democrazia, ma molto la difesa del principio dell'intoccabilità dei confini nazionali. Se i leader autoritari usano l’antioccidentalismo (e l’antiamericanismo) per nascondere le loro differenze, i leader democratici dovrebbero accentuare queste ultime, combinando flessibilità e determinazione. Possono farlo?

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Sì, a condizione di neutralizzare le disfunzionalità dei loro regimi politici. La disfunzionalità americana si chiama polarizzazione politica e sociale del Paese. Basti pensare che l’aggressione russa dell’Ucraina non ha prodotto alcuna ricomposizione dell’elettorato intorno al presidente Biden (il cosiddetto effetto rally around the flag). Nonostante l’indubbia efficacia del sostegno americano al governo ucraino, la popolarità del presidente Biden non è cresciuta. Sebbene sia riuscito a far approvare dal Congresso un ulteriore aiuto di 33 miliardi di dollari al governo ucraino, secondo un recente sondaggio del Pew Research Center Biden è sostenuto dal 45 per cento degli elettori (con il 55 per cento di quelli repubblicani che sono contro di lui “a prescindere”). Cresciuta è invece la preoccupazione per gli effetti inflazionistici delle sanzioni economiche. In aprile, secondo il consumer price index's food, i beni alimentari di prima necessità sono cresciuti del 9,4 per cento (l’incremento più alto dal 1980). Le elezioni di metà mandato del prossimo novembre saranno condizionate dal costo della vita, più che da Vladimir Putin. Eppure, da noi, non manca chi sostiene che gli europei dovrebbero prendere le distanze da Biden, il quale vuole la guerra per poter vincere le elezioni. Pura ignoranza. Il problema non è la forza dell'America, ma la sua debolezza.

Lo stesso vale per l'Europa integrata, forte sul piano economico ma debole su quello politico e militare. Per rimediare a tale debolezza, occorrerebbe rivedere l’impianto istituzionale che regge il suo sistema decisionale. Cioè riformare i Trattati. Ma qui le resistenze sono formidabili, sia tra i grandi che tra i piccoli Paesi. Per quanto riguarda i grandi, si pensi alla Germania. Se Draghi e Macron hanno preso una posizione chiara a favore di una sovranità europea (a cominciare dalla difesa), non si può dire lo stesso di Scholz. Quest’ultimo fa fatica a liberarsi dalla visione e dagli interessi che hanno trasformato il suo Paese in una potenza opportunisticamente mercantilistica. Nella sicurezza, la Germania ha praticato per settant’anni l’azzardo morale nei confronti dei contribuenti americani, lo stesso azzardo morale che, in economia, vede sempre praticato da altri. Per quanto riguarda i piccoli, si pensi all’Ungheria di Orban, che continua a porre il veto al sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, non già per ragioni di necessità, ma per ricattare la Commissione europea che ha sospeso i finanziamenti ad essa spettanti di Next Generation EU (in quanto il Paese non rispetta lo stato di diritto). Oppure, si pensi alla Dichiarazione firmata il 9 maggio scorso da tredici Paesi, tutti del nord e dell’est, contro la revisione dei Trattati. Peraltro, con la sola eccezione della Danimarca, si tratta di Paesi che sono entrati nell’Europa integrata dopo il 1985, evidentemente per ragioni diverse da quelle dei fondatori.

Insomma, se si allarga lo sguardo, si vede che a essere circondate sono le democrazie liberali e non già i regimi autoritari. Le democrazie liberali debbono però evitare la sindrome dell’assedio, usando sia gli strumenti di hard power per contrastare l’aggressività dei regimi autoritari e quelli di soft power per dividerli. Il nuovo ordine internazionale dipenderà da ciò che l’America e l’Europa faranno.

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