Mostra

Quando lo scarabocchio è d'artista

L’esposizione di Villa Medici, visitabile fino al 22 maggio, presenta sì circa 300 opere dal Rinascimento al contemporaneo

di Stefano Salis

(© Daniele Molajoli)

3' di lettura

Dal Rinascimento a Basquiat: nel percorso della mostra, che è un ripasso sui generis della storia dell'arte occidentale, l'oggetto dell'esposizione prende via via più spazio, e conquista il centro della scena. Se, nella prima sala, lo “scarabocchio” (questo è l'oggetto dell'esposizione, e il titolo della mostra; ma ci torneremo) è, significativamente, dietro l'opera (e per esporre, dunque, la tavola di straordinari palinsesti di disegni tracciati sul retro del Trittico della Madonna di Giovanni Bellini, conservato alle Gallerie dell'Accademia a Venezia, l'opera sarà nel bel mezzo della stanza), in cima alle scale dell'ultima dislocazione delle opere troneggia un inconfondibile Basquiat: non a caso uno degli artisti più quotati (e in salita) dell'arte contemporanea, non a caso uno dei pochi (l'altro, gigantesco, è Cy Twombly) che del componimento inculto (per dirla con Leonardo) ha fatto una cifra stilistica.

© Daniele Molajoli

Villa Medici

Adesso che abbiamo evidenziato l'alfa e l'omega, della mostra, dobbiamo dire cosa ci sta nel mezzo. Ed è qui che sta il bello. Perché la mostra “Scarabocchio/Gribouillage”, a Villa Medici a Roma (fino al 22 maggio; e poi al Beaux Arts di Parigi, in una esposizione parallela ma non gemella, dal 19 ottobre al 15 gennaio 2023) presenta sì circa 300 opere presenti, disposte in sette ambienti, compresa la suggestiva scalinata, dalle curatrici Francesca Alberti (Villa Medici) e Diane Bodart (Columbia University), con la collaborazione di Philippe-Alain Michaud, in qualità di curatore associato (Centre Pompidou), ma non scioglie l'interrogativo che sorge abbastanza spontaneo e non ammette facili risposte; e cioè: che cosa abbiamo visto? Cosa siamo andati a guardare? Di “cosa parla” questa mostra?

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© Daniele Molajoli

La mostra di Villa Medici si rapprende attorno al concetto “massimo” del disegno ma si sofferma, con inventiva e coraggio, allo stadio che ci sembra, pieni come siamo di pregiudizi, “incompiuto”. Ecco scarabocchi, linee e segni autogeneranti, schizzi, caricature, bambinate, parossismi, parodie, proteste, esoterismi, ripensamenti, migliorie, produzioni destinate a stare nascoste. Ghirigori voluti e cercati, altri emersi “casualmente”, pratiche gestuali semplicissime e psichicamente complesse.

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La parola “scarabocchio”

A pensarci bene, la stessa parola “scarabocchio”, in italiano, come in altre lingue pone già, nella pronuncia, nella grafia, una serie di interrogativi grafici. Il susseguirsi di quelle lettere, lo srotolamento nella dizione, fa chiaramente capire che è una parola figurale, che serve a darci immediato riscontro della nostra impossibilità di sintetizzare, di essere precisi, ma anche del nostro trovarci in mezzo a un garbuglio teorico e pratico.

© Daniele Molajoli

In questi 300 originali, dal Rinascimento al contemporaneo, vengono fuori tutti gli aspetti più sconosciuti e meno controllati della pratica del disegno e del pre-disegno. Dagli schizzi imbrattati sul retro dei dipinti ai pastrocchi, scrivono le curatrici “che diventano vera e propria opera, l'esposizione mostra come queste pratiche grafiche sperimentali, trasgressive, regressive e liberatorie, che sembrano non obbedire a nessuna regola, hanno da sempre scandito, accompagnato e preso via via il centro nella storia della creazione artistica”. E così è.

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Da Leonardo a Pontormo, da Tiziano a Picasso, e poi Dubuffet, Henri Michaux, Helen Levitt, Asger Jorn fino a un outsider di grande rilievo come Luigi Pericle

E perciò, in carrellata rapida, da Leonardo a Pontormo, da Tiziano a Picasso, e poi Dubuffet, Henri Michaux, Helen Levitt, Asger Jorn fino a un outsider di grande rilievo come Luigi Pericle, destinato a fornirci altre sorprese man mano che la sua opera si conoscerà meglio, la mostra rimette in questione ordini cronologici, categorie tradizionali e le nostre presunte certezze.

© Daniele Molajoli

Un nucleo di opere comuni lega le due sedi espositive: le porzioni di pareti staccate della bottega di Mino da Fiesole o dell'atelier di Giacometti; le fotografie di Brassaï e di Helen Levitt così come le varie opere emblematiche di Cy Twombly, di Asger Jorn, del gruppo Cobra, di Luigi Pericle e di altri maestri della modernità come Giacomo Balla.

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Poiché questa è una mostra da visitare più volte, inconsueta e per molti versi “fondativa”, non resta che raccomandarne una frequentazione il più ampia e “casuale” possibile, e per fortuna che il catalogo sopravviverà all'effimera esistenza dell'esposizione. Appuntamento a Parigi in autunno con la seconda puntata di un percorso che traccia linee esistenziali e critiche complesse e ingarbugliate, ma che non coincidono, ed è la dimostrazione dell'efficacia stessa della mostra, con quelli che con termine affrettato e spregiativo siamo soliti chiamare “scarabocchi”. Al contrario. Ci sono “scarabocchi” che sono piccoli capolavori.


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