Giù dal lettino

Quando la serenità non è di casa

Tra le pareti domestiche restano chiuse situazioni delicate, conflittuali e pericolose. Manteniamo vivo l'ascolto di chi chiede aiuto

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

3' di lettura

Giornate meno frenetiche (ma più ansiose). Restiamo a casa. Restiamo in quegli spazi che abitiamo poco, perché di solito usciamo presto e rientriamo tardi. A casa c'è più tempo per ascoltarsi, costruire ponti tra le isole dei nostri sé, restituire la cura, stare con i più piccoli, cui dedicare giochi e racconti .

Un universo di opportunità. Ma non per tutti. Rimanere a casa può significare restare chiusi in situazioni delicate, conflittuali, pericolose.

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Lontano dalle notizie
Napoli, inizio dell'emergenza coronavirus. Nell'Ospedale dei Pellegrini, Irina, 39 anni e madre di tre figli, muore per le botte del marito. Nelle stesse ore in cui il pronto soccorso viene messo a soqquadro dai parenti di Ugo Russo, il quindicenne ucciso da un carabiniere, durante un tentativo di rapina. La morte di Irina scompare dietro la morte del ragazzo, la concomitante devastazione, l'inizio dell'epidemia. La notizia passa quasi inosservata. Roma, la casa per donne vittime di violenza Lucha y Siesta (la più grande nel Lazio, da sola forniva il 60% dei posti letto a Roma) viene messa all'asta dal Comune per venderla a privati, i progetti di sostegno per le 14 donne residenti e i loro bambini vanno in fumo (per approfondire: www.internazionale.it). Bolzano, una donna viene uccisa dal compagno, già denunciato per stalking. Lascia una figlia di 3 anni. Anche queste due notizie, schiacciate dalle altre, passano in secondo piano. In questi giorni di isolamento necessario e forzato il nostro pensiero va a chi, restando a casa, vive l'inferno peggiore.

Intimate Partner Violence (IPV)
Conosciamo la violenza domestica perché da anni la studiamo. Non si tratta di un fenomeno marginale. Nel 2017, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dichiarato che la violenza domestica (oggi si preferisce la locuzione “Intimate Partner Violence”) riguarda il 35% della popolazione femminile mondiale. Una donna su tre nella propria vita è stata vittima «di un comportamento, all'interno della relazione di coppia, che provoca danno fisico, psicologico o sessuale».

Nell'Hubei cinese, lo riporta Marco Lupis su Huffington Post, dall'inizio della quarantena gli abusi domestici sono quasi raddoppiati. Sarà così anche da noi? Intanto, la maggior parte dei centri anti-violenza italiani, giustamente attenendosi ai decreti del governo, hanno limitato i loro servizi: solo colloqui telefonici, nessun incontro vis-a-vis, nessun nuovo ingresso. Il rischio è che l'angoscia di questi giorni soffi sul fuoco di tensioni domestiche o inasprisca violenze già presenti. Chi conosce la clinica dell'Intimate Partner Violence sa che alla base della violenza c'è un tentativo di controllo da parte di uomini “in crisi” (una crisi del ruolo dominante) messo in atto nei confronti di donne che acquisiscono spazi di libertà e autonomia: le peggiori esplosioni di violenza, spesso precedute da comportamenti di stalking, avvengono quando le donne prendono coscienza della trappola in cui vivono e decidono di separarsi. In molti casi, nel passato degli uomini e delle donne che vivono questi rapporti, si trovano storie traumatiche, abusi, trascuratezza, violenza assistita, disorganizzazione dell'attaccamento. Chi compie gli abusi (ma purtroppo talvolta anche le vittime – e per questo il pericolo di “ricaduta” in un rapporto violento può essere elevato) presenta un universo psichico frammentato, tipico delle organizzazioni borderline di personalità, funestato da stati intollerabili, che nella violenza trovano un paradossale contenimento. Distruggere l'altro dà l'idea di recuperare coerenza interiore, proiettando all'esterno le parti danneggiate. Violenza e crudeltà illudono di averla vinta sui propri nuclei di terrore e sulla propria fragilità. Speriamo non vi siano casi in cui l'emergenza attuale aumenti il senso di fragilità e paura alla base della violenza.

Restiamo in ascolto
Le situazioni a rischio non si esauriscono con la violenza domestica. Adolescenti LGBT+ costretti all'isolamento con genitori ostili e svalutanti; malati psichici o invalidi privati delle reti di aiuto; solitudini insopportabili. L'isolamento è stato una misura più che necessaria e speriamo dia presto i suoi risultati sui numeri dell'epidemia. Ma ricordiamo che non dappertutto la serenità è di casa. Anche se in questo momento i nostri contatti sono solo mediati da telefono, Whatsapp o Skype, prestiamo l'orecchio ai segnali di sofferenza. Fa parte della dimensione collettiva del sostegno. Restiamo a casa, ma manteniamo vivo l'ascolto di chi piange, di chi grida, di chi chiede aiuto.

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