Rivisitazioni

Quanta fantasia (inaspettata) sta seduta su una panca

Sofisticata, lineare o destrutturata: sono molteplici e sorprendenti le modalità in cui viene reinventato un mobile antico ed essenziale

di Antonella Galli

La Broken Bench di Gufram firmata da Daniel Arsham e Alex Mustonen: due piedini simili a putrelle da cantiere sostengono una lastra frastagliata di poliuretano rivestito con una vernice speciale

3' di lettura

Nel 2015 Alessandro Mendini pubblicò per i tipi di Henry Beyle il volumetto “Che cosa è una sedia”, in cui con il suo stile irriverente («la sedia è un ordigno per fare conversazione»...) declinava gli infiniti usi, funzioni, ruoli, significati di una sedia. Ci vorrebbe la sua penna arguta per elencare quelli di un altro archetipo dell’arredo, la panca. Comune a tutte le culture, presente dalla notte dei tempi, questa seduta è destinata ad accompagnarci ancora a lungo. Lo dimostrano le tante soluzioni e invenzioni che aziende e designer le dedicano e che esprimono caratteristiche tanto diverse quanto affascinanti.

A rigor di design Piero Lissoni, nel progettare la panca Sumo di Living Divani, l’ha destrutturata e ricomposta: «Sumo nasce da un’idea molto semplice – afferma il progettista – quasi un gesto: una piattaforma sottilissima in legno su cui poggiano cuscini bassissimi, che dà vita alla panca come una matrice architettonica». Di forma rettangolare o quadrata, il piano di Sumo ospita, in configurazioni libere stabilite dall’utente, i cuscini di seduta e d’appoggio e vassoi laccati in rosso, blu, bianco e grigio.

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Gufram, azienda simbolo del design radicale, rilegge la panca a partire dalla sua attitudine dissacrante. Nasce così la Broken Bench, una panca in cui due piedini simili a putrelle da cantiere sostengono una lastra frastagliata di “cemento morbido”, poliuretano rivestito con una speciale vernice che consente al materiale di mantenere la sua elasticità. È firmata da Daniel Arsham e Alex Mustonen, i newyorkesi di Snarkitecture che hanno tradotto in un oggetto di arredo il loro modo di «fare architettura rappresentando l’inaspettato».

Sumo Bench di Piero Lissoni per Living Divani

De Castelli, invece, si esercita sul rame con Wave, elegante rivisitazione della shoebench, l’umile panca di tradizione asiatica che si posiziona all’ingresso delle case per spogliarsi di scarpe e borse. Concepita dal duo Lanzavecchia + Wai come una microarchitettura domestica in rame, Wave è composta da una base, da un sostegno sinuoso e traforato a tutta lunghezza e da un piano seduta su cui poggia un vassoio svuotatasche. Per i designer «Wave è un importante oggetto scultoreo di benvenuto. La finitura naturale del rame la rende, allo stesso tempo, essenziale, preziosa e primordiale».

In un ideale viaggio intorno al mondo alla ricerca di nuove interpretazioni di questa seduta, il Brasile offre un esempio di creazione artigianale di grande poesia: è la panca Callas, progettata da Etel Carmona e Inês Schertel e prodotta dal brand Etel, che riedita pezzi dei maestri brasiliani accanto a collezioni contemporanee. In Callas la struttura a bacchette in pregiato legno perobinha-do-campo è intessuta con grandi petali in feltro di lana, creazioni della Schertel, che la avvolgono, generando una morbida seduta e, al contempo, una presenza dal carattere bucolico.

Uguale passione per l’artigianato, ma intriso di rigore e sobrietà nipponici, lo esprimono le panche Mo Bridge disegnate da Shinsaku Miyamoto per Ritzwell, brand giapponese di arredi contemporanei. Le due panche, di forma quadrata e rettangolare, sono accomunate dalla struttura tornita in massello di noce e rovere e dalla seduta che gioca su un intreccio di cuoio pregiato. La perizia artigianale incontra l’essenzialità del design e trasforma le Mo Bridge Bench in arredi polifunzionali, siano esse sedute o piani d’appoggio.

Da una storia tenace di artigianato e imprenditoria nasce Touch Bench, una panca intagliata interamente a mano e realizzata da Zanat, azienda bosniaca di arredi contemporanei, su progetto di Studioilse, guidato da Ilse Crawford e Oscar Peña. L’intaglio degli artigiani di Zanat, la cui tecnica è tra i Beni Culturali Immateriali dell’Umanità Unesco, rende il piano seduta sfaccettato e cangiante. Un invito a sedersi, come la Crawford auspica: «Una superficie tattile risponde al nostro istintivo impulso di toccare e comprendere con le mani l’ambiente che ci circonda».

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