intervista fuorirotta

Racconti dalla clausura (vera): essere nella storia ma con lo sguardo oltre

Siamo stati in lockdown totale per mesi, ora lo siamo ancora se pur in modo parziale, un intero Paese costretto a rinchiudersi; poi c'è chi questa condizione l'ha scelta in passato e la vivrà per sempre. Come le sorelle del monastero Santa Chiara di Milano, nel quartiere di Gorla, oasi tenace di raccoglimento e speranza tra i tentacoli della metropoli. Incontrarle vuol dire fare i conti con molti stereotipi, e vederli svanire. A partire da quella grata che le dovrebbe dividere dal resto dal mondo

di Gianni Biondillo

(Giangiacomo Rocco di Torrepadula)

6' di lettura

Raggiungo il monastero a piedi. Da quando siamo usciti dalla quarantena mi muovo di continuo camminando. Non è solo per questioni di sicurezza, per mantenere il distanziamento fisico con gli altri, è anche un desiderio di ritopografare la città, di prenderne di nuovo le distanze, le misure, l'estensione. Al citofono vengo accolto con un «Pace e bene». Pochi minuti dopo in parlatorio mi danno il benvenuto due sorelle, Chiara Veronica ed Enrica Serena.

Avevo contattato il monastero delle Clarisse di Milano via email e già questa potrebbe sembrare una notizia: le suore di clausura usano internet! Ma nella lunga chiacchierata che avrò con loro molti dei miei pregiudizi cadranno. La sala è spoglia, un tavolo, delle sedie, fuori fa caldo, mi offrono una brocca d'acqua e un succo di frutta.

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Niente ci divide, nessuna grata, nessun antro oscuro e medievale. A modo mio ho espresso una preghiera e loro l'hanno accolta. Siamo stati in lockdown per mesi, un intero popolo in una clausura forzata, voi che questa scelta l'avete fatta volontariamente, avete sentito una differenza? «Apparentemente sembrerebbe che per noi non sia cambiato nulla. Abbiamo avuto le stesse attività, negli stessi spazi, nelle stesse forme, tra le stesse persone», mi dice Enrica Serena, la più giovane delle due.

«In realtà abbiamo sentito e vissuto il cambiamento. La mancanza della Messa, per esempio. E il rapporto con la gente. Contatti, incontri, accoglienza. Le attività “a favore di”. Durante la Quaresima gli incontri di preghiera con i gruppi che venivano a trovarci sono scomparsi». Attorno a voi la città si stava svuotando, non veniva più nessuno a bussare alla vostra porta. «E il silenzio. La città non si sentiva più». Un monastero in mezzo alla metropoli non è come fosse in mezzo a un bosco. Il traffico, il rumore, le grida: tutto assopito.

«Sentivamo di vivere una diversità rispetto a un tempo normale», mi dice Chiara Veronica. «Percepivamo e partecipavamo, indirettamente, a un dolore che coinvolgeva la comunità civile. Anche attraverso i media, o le notizie di persone conosciute, venivamo coinvolte da un senso di incertezza, di insicurezza. Ciò ha creato in noi un'apprensione e un vuoto che ci ha stimolato nel nostro “lavoro principale”, intensificare l'atteggiamento interiore dell'ascolto della Parola». Ma questo perché la comunità vi chiedeva in qualche modo di intercedere? «L'abbiamo sentito come un appello comune. Ci sono state meno richieste di preghiere rispetto a un tempo normale. Forse la gente era presa dalla situazione e non aveva il tempo o il pensiero per rivolgersi a qualcuno».

In effetti abbiamo vissuto come in una trance. Nei mesi della quarantena, chiuso in casa, non ho praticamente scritto nulla, e letto ancora meno. Passavo il tempo di fronte ai notiziari e alla lista, infinita e tragica, dei morti. «Era come se le notizie di cronaca occupassero e invadessero tutto lo spazio», conferma Enrica Serena.

«Ho capito che dovevamo collocarci a un altro livello, per non essere assorbite dalla cronaca. Che cosa ci chiedeva questa situazione? L'assunzione del dolore. Dovevamo accettare, qui dentro e dentro di noi, una fragilità condivisa. È stata una scelta da vivere nella preghiera». Senza però neppure un prete che venisse a officiare Messa, obbligati dal blocco a restare in canonica.

«Questa cosa ha stimolato la nostra creatività», mi dice sorridendo Chiara Veronica. A dir la verità, dicono tutto sorridendo, sembrano il ritratto della felicità. In che senso? chiedo. So che avete una liturgia, un ordine del giorno da rispettare. Che cosa c'entra la creatività? «Be', per esempio, pur non avendo né celebrante né fedeli, non abbiamo rinunciato a vivere i riti della Settimana Santa e della veglia pasquale».

Le guardo accigliato, non capisco. «Abbiamo fatto una lunga Veglia (durata più di due ore!), anche con l'omelia e altri segni liturgici», mi spiega Enrica Serena: «Con una processione, dal giardino siamo giunte alla cappella del monastero, dove abbiamo celebrato attorno all'altare, esprimendo così la nostra dignità sacerdotale», conclude, con entusiasmo.

Il monastero delle Clarisse di Milano ha un legame stretto con un luogo e una storia tragica, quella dei Piccoli Martiri di Gorla. È il 20 ottobre 1944: un bombardiere americano sbaglia rotta e prima di tornare alla base, al posto di seguire il regolamento e liberarsi del carico in aperta campagna, scarica gli ordigni in piena città. Una bomba cade su una scuola elementare, sterminando tutti i presenti: 184 bambini, oltre alle insegnanti e i bidelli. Il più alto tributo di sangue della popolazione civile di Milano. «Dobbiamo fare un passo indietro», mi spiega Chiara Veronica.

«Padre Gemelli già da tempo voleva rifondare l'Ordine delle Clarisse a Milano. Nell'aprile di quell'anno era riuscito a far arrivare in città cinque sorelle dal convento di Assisi. Avevano già identificato il luogo. Che stava proprio qui, in una antica villa da ristrutturare. Queste poverette giungono a Milano sotto i bombardamenti, e pochi mesi dopo c'è la tragedia».

Proprio a fianco al monastero costruito nel Dopoguerra campeggia un sacrario dedicato ai Piccoli Martiri. Come non vederci un disegno misterioso? Quasi un risarcimento spirituale, un riscatto. Voi siete le suore che pregano perpetuamente per le anime di quegli innocenti.

«In effetti il cardinale Schuster volle che l'altare laterale di fronte all'ingresso della chiesa fosse dedicato proprio a loro.Il dipinto è bruttino, ma la gente del luogo gli è molto legata». Chiara Veronica ha ragione. Il dipinto non è da annoverare fra i capolavori dell'arte contemporanea, ma ha una sua semplicità popolare che emoziona. È diviso in due parti: l'inferiore è una riproposizione della strage degli innocenti.

Nella superiore campeggia la Madonna che ha attorno a sé un gruppo di bambini. «Io di questa storia non ne sapevo nulla quando sono arrivata, ma appena l'ho sentita l'ho vissuta come un dono, come un dato in più di una vocazione. Ho recepito questo come un luogo di pace».Siete come un buco nel tessuto della città. Vivere qui o in un altro monastero non sarebbe la stessa cosa per voi? Come si vive “da dentro” una città frenetica come Milano? «Noi respiriamo l'aria che abbiamo attorno. Anche noi, a modo nostro, siamo frenetiche e programmate, sono modalità che ci appartengono».

A Enrica Serena viene da ridere: «Quando incontriamo le altre sorelle di altri monasteri ci prendono in giro: siamo le milanesi, quelle tutte organizzate: alle 8 si inizia? Alle otto noi siamo tutte presenti, mentre le altre sorelle arrivano alla spicciolata! In altri contesti geografici gli orari sono vissuti con più flessibilità». Cioè un posto non vale l'altro? «Macché. Anche i monasteri dei paesi qui attorno, rispetto alla città, hanno tradizioni diverse, hanno una differente permeabilità con il contesto».

Mi state dicendo che per voi il muro c'è, ma in fondo non c'è. «Quello del muro, o della grata, è un vostro stereotipo. Prendete un elemento della nostra vita, la clausura, e lo rendete l'elemento caratterizzante. Per la gente noi siamo lesuorediclausura. Ma la nostra è soprattutto la vita di chi ha scelto di fare della ricerca di Dio l'essenziale. Fungiamo come segno, che poi ognuno declina nella propria esistenza come vuole. Questo comporta una concentrazione di spazio, di esperienze, di relazioni. Ma una riduzione di ampiezza non significa una riduzione di intensità».

Chiara Veronica annuisce: «La nostra è forse una vita all'insegna del paradosso. Ma queste forme che sembrano dividere, in realtà uniscono, creano un desiderio di avvicinamento da parte degli esterni. Così noi dobbiamo farci un cuore ospitale».Diciannove sorelle, che vengono da mezza Italia, la maggior parte in età avanzata, convivono qui, in questo lacerto bucolico nel ventre della metropoli.

Discutono, mi dicono, spesso s'arrabbiano poi fanno pace, cucinano, accudiscono le sorelle malate, puliscono e rassettano. Hanno una vita come tutti, insistono. Con una peculiarità: «Quella di essere come una sentinella che sta nella notte, ma vede, dalla sua posizione, l'arrivo della luce del mattino», spiega Chiara Veronica, citando il profeta Isaia. «Noi
non abbiamo un lavoro da svolgere, nessuna attività produttiva o la vita attiva nelle scuole, nelle missioni. Non abbiamo “un compito”. Siamo questo: un segno profetico. Cioè cerchiamo di stare nella Storia però con lo sguardo rivolto oltre. Di questo hanno bisogno le persone oggi.

Nella Storia ci stanno, ma con gli occhi chiusi. Tutto sembra buio, tutto sembra grigio. Lo sguardo dell'oltre, che per noi è lo sguardo della fede, è la vita eterna, è la speranza. La gente ha bisogno di speranza». «Speranza e fiducia», conclude Enrica Serena. Sorridendo.

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