Politiche attive

Reddito di cittadinanza da cambiare

di Marcello Minenna

Detto e contraddetto: il reddito di cittadinanza della discordia

2' di lettura

Un tema ricorrente negli ultimi tempi è la carenza di lavoratori stagionali che rischia di rallentare la ripresa di alcuni tra i settori più colpiti dalla pandemia come il turismo e la ristorazione. All'appello mancherebbero dai 150mila ai 200mila lavoratori, cioè oltre un quarto del fabbisogno dei mesi estivi. Questa carenza deriva in parte dalla scarsa attrattività degli impieghi stagionali la cui precarietà spesso si accompagna a retribuzioni inadeguate, mansioni pesanti e orari insostenibili. Ma c'è anche la paura di perdere il reddito di cittadinanza. Infatti, salvo poche eccezioni, accettare una proposta di lavoro stagionale comporta la decurtazione o l’azzeramento del sussidio statale.

In molti casi invece rifiutare una o anche più proposte non preclude il diritto a percepire tale sussidio. È evidente la distorsione rispetto all’obiettivo di favorire l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro.

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Una valida alternativa potrebbe consistere nel trasformare quello che oggi per lo Stato è quasi esclusivamente un costo fisso nel prezzo sostenuto dall’erario per assicurare ai datori di lavoro la possibilità di trovare la manodopera necessaria tra i percettori del sussidio.

A tal fine si potrebbe consentire la cumulabilità dell’assegno di cittadinanza con redditi da lavoro stagionale prevedendo al contempo la perdita dell’assegno a fronte del rifiuto di un certo numero di proposte d’impiego in sedi non eccessivamente distanti dal luogo di residenza. Così chi riceve il reddito di cittadinanza sarebbe spinto ad accettare impieghi stagionali e, magari, anche a metterne in sequenza più d’uno nei vari periodi dell’anno per aumentare le proprie entrate con la serenità di poter comunque contare su un reddito minimo garantito.

Come ulteriore misura di politica attiva del lavoro bisognerebbe anche consentire ai datori di lavoro l’accesso diretto alla lista dei beneficiari. Ad esempio si potrebbe creare un portale web basato sulle moderne tecnologie a registri distribuiti dove le imprese possano selezionare autonomamente i profili più adeguati alle loro esigenze e opzionarli con proposte di lavoro da comunicare in via telematica al soggetto selezionato e agli apparati dello Stato.

Chiaramente il riassetto proposto non risolverebbe tutte le posizioni lavorative sospese, ma permetterebbe di portare nel mondo del lavoro molti individui che sinora ne sono rimasti fuori, riducendo l’eccesso d’offerta di lavoro stagionale e supportando la ripresa economica. E lo Stato potrebbe concentrarsi sulla gestione dei lavoratori più problematici per curriculum, età o posizione geografica.

Importanti progressi vi sarebbero anche nel contrasto al lavoro sommerso che oggi viene spesso preferito a quello regolare proprio per conservare il reddito di cittadinanza. In prima approssimazione la regolarizzazione di questi lavoratori potrebbe incrementare il Pil di 3-5 miliardi di euro l’anno.

Peraltro è ragionevole attendersi un impatto particolarmente positivo per il Mezzogiorno in quanto area del paese a maggiore assorbimento di fondi destinati agli assegni di cittadinanza e ad alta incidenza di lavoro stagionale, regolare e non.

Insomma, una reingegnerizzazione digitale del reddito di cittadinanza a sostegno dello sviluppo, della legalità e ispirata in fondo all’articolo 1 della Costituzione è una riforma fattibile.

Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli
@MarcelloMinenna
Le opinioni espresse sono strettamente personali

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