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Rendimenti e rischi controllati: così il private debt sfida i mercati liquidi

La volatilità sui listini globali favorisce il debito sotterraneo che non è quotato: in Europa il patrimonio è di 372 miliardi

di Maximilian Cellino

(nito - stock.adobe.com)

4' di lettura

È come un mondo sotterraneo, che continua a svilupparsi secondo i suoi ritmi, anzi probabilmente anche a una velocità superiore, quando la superficie è spazzata da venti di tempesta. Il private debt vive questa fase di elevata volatilità che caratterizza il mondo obbligazionario con un certo distacco. Il suo ruolo acquista di importanza, sfruttando proprio le debolezze del mercato dei capitali «pubblico» - stretto da inizio 2022 nella morsa di inflazione, tassi in rialzo, rischio recessione - e anche parzialmente chiuso almeno per chi vi si rivolge in cerca di denaro, se è vero che nei primi sei mesi dell’anno il valore delle emissioni societarie è ai minimi dal 2014 come ricordano i dati appena pubblicati da Iif nel Global Debt Monitor.

Non che i rendimenti a lungo termine del direct lending fossero secondi a quelli di altre asset class paragonabili per rischio emittente, anche perché devono inglobare il premio concesso a chi detiene attività non liquidabili immediatamente. In Europa il settore è relativamente giovane ed è difficile quindi effettuare confronti significativi come avviene già negli Stati Uniti, dove il Cliffhanger Direct Landing Index (Cdli, l’indice che appunto misura l’andamento del debito privato negli Usa) ha sovraperformato i diretti concorrenti sui mercati liquidi – high yield e leveraged loan – in 12 degli ultimi 17 anni. E quando non vi è riuscito è quasi sempre perché questi ultimi stavano recuperando da precedenti condizioni di elevato stress creditizio come nel 2009, nel 2016 o nel 2019.

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Tra Stati Uniti ed Europa

Non ci sono motivazioni strutturali per pensare che il mercato europeo, che secondo gli esperti sta seguendo l’omologo Usa con un ritardo temporale di 5-10 anni, non possa riproporre dinamiche del tutto simili. Stando ai dati pubblicati da European Investment Fund (Eif) alla fine dello scorso anno ben 585 fondi di private debt erano attivi nel Vecchio Continente, e il 28% di questi gestivano fondi esclusivamente dedicati a questo mercato concentrandosi quasi totalmente su piccole e medie imprese e concedendo prestiti in media compresi fra 9 e 45 milioni di euro. Le stime di Preqin indicavano alla fine dello scorso anno un valore degli asset in gestione per il private debt europeo in crescita a 372 miliardi di dollari e proiettano il mercato fino a 877 miliardi da qui a fine 2026.

A livello globale (dove Usa ed Europa costituiscono la quasi totalità delle attività con il 95%) si parla invece di 1,21 trilioni di dollari, ed è il risultato di un decennio in cui il private debt ha registrato una crescita media annua del 13,5% superiore sia a quella di private equity & venture capital (11,5%) sia al real estate (9,1%). Sempre entro il 2026 si pensa che gli asset in gestione possano più che raddoppiare per raggiungere i 2,69 trilioni di dollari, superare l'immobiliare e attestarsi nell'universo degli investimenti alternativi al secondo posto alle spalle soltanto di private equity & venture capital già dalla fine del prossimo anno. L'avanzata va spesso a scapito del tradizionale canale di finanziamento bancario, al quale si stanno progressivamente sottraendo quote: i fondi di private debt si erano spinti fino a coprire i due terzi del mercato nel 2021, prima di retrocedere leggermente nella prima parte di quest'anno.

L’incognita degli illiquidi

Per gli osservatori più critici, la crisi che i mercati più tradizionali stanno attraversando è soltanto rimandata per gli asset illiquidi, proprio per il fatto che questi non sono sottoposti al mark-to-market dei prodotti quotati, ma quando si guarda espressamente al mondo del private debt sembrano anche esserci antidoti in grado quantomeno di mitigare gli effetti di una futura retromarcia. A differenza del debito high-yield, quasi tutto a tasso fisso, i finanziamenti diretti sono infatti per la grande maggioranza variabili e offrono quindi una protezione naturale in un contesto di inflazione alle stelle (e tassi che salgono di conseguenza).

Nel private debt la leva finanziaria è stata inoltre ridotta e le garanzie offerte agli investitori in Europa, quasi per la totalità covenant, sono migliori rispetto a quelle dei leveraged loan, che invece sono al 96% cov-lite. Quest'ultimo è in particolare un argomento di sicuro interesse per i soggetti istituzionali – tipicamente assicurazioni e fondi pensione – che spesso ancora mostrano diffidenza nei confronti di questi strumenti alternativi. I fondi specializzati posso a loro vantaggio contare anche su un processo di selezione degli investimenti molto più accurato, basato come è su “due diligence” dai tempi particolarmente lunghi e soprattutto approfondite nei confronti delle aziende (in gran parte Pmi) alle quali si concedono i finanziamenti in via diretta, che danno quindi ulteriori garanzie.

La situazione italiana

In Italia il direct lending si è mosso storicamente in ritardo anche rispetto ad altri paesi europei. Da noi la quota di mercati dei fondi di private debt rispetto ai prestiti bancari misurata dall'Houlihan Lokey MidCap Monitor era infatti alla fine dello scorso anno pari al 34%, contro il 54% della Germania, addirittura il 78% della Gran Bretagna e circa la metà della media continentale (67%). Da 5 anni a questa parte la crescita è stata però significativa, con un'accelerazione in particolare negli ultimi 24 mesi legata alla chiusura e all'incertezza che ha colpito i mercati liquidi e i tradizionali canali di finanziamento bancari.

Le cifre raccolte da Aifi e Deloitte parlano di investimenti complessivi quasi raddoppiati lo scorso anno (+92%) e pari a 2,214 miliardi di euro per quello che viene definito “core” private debt (vengono esclusi gli investimenti indiretti di fondi di fondi, le piattaforme di digital lending e i portafogli di crediti Utp), risultato di 275 operazioni che hanno coinvolto 142 società. Il 2022 sembra essere iniziato con la stessa vivacità, come conferma anche l'intervista a fianco, e sono sempre di più gli operatori attirati dal nostro Paese. Pronti a convincere anche gli investitori di matrice istituzionale più prudenti a puntare sul private debt.

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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