Gustavo Zagrebelsky

Riconosciamo il valore dei maestri

di Francesca Rigotti


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3' di lettura

Maestri? Che cosa ce ne facciamo dei maestri oggi, quando abbiamo a disposizione opinion-makers, influencers, bloggers, counselors e coaches di ogni genere, pronti a guidarci sia negli acquisti sia nella impostazione e direzione del nostro modo di vivere e di pensare, indirizzandoci verso nientedimeno che la perfetta e completa felicità? E oltre a ciò, come potremmo, anche volendo, seguire il verbo e l’esempio di maestri in carne e ossa, quando gran parte delle relazioni, persino quelle legate a educazione e istruzione, si svolge e sempre più si svolgerà sullo schermo? In questa prospettiva l’invocazione che fa da titolo al libro di Gustavo Zagrebelsky potrebbe sembrare una pia istanza del tempo che fu. È ancora maestro e guida il docente (insegnante, professore, esperto, direttore, precettore) se agisce «da remoto» e se con lui puoi interagire, se puoi, solo a distanza, e con il quale non hai più prossimità fisica?

Sullo sfondo di queste condizioni proviamo a seguire l’argomentazione di Zagrebelsky, costituzionalista, saggista e a sua volta maestro, sulla figura del maestro, qui definito quale «colui che stando più avanti e più in alto nella salita, trae a sé; la guida da cui dipende l’ascesa». Il maestro in veste di guida alpina dunque, bella metafora per un camminatore come Zagrebelsky, come lo fu Norberto Bobbio: in un immaginario di vette e avvallamenti si gioca infatti gran parte del libro. Il maestro è chi sta in alto perché ha qualcosa in più (magis), perché possiede l’autorità (da augere, aumentare) datagli da conoscenza, competenza ed esperienza che non è il dispotismo autoritario, come ben spiegano sia Platone sia Friedrich Engels quando fanno ricorso entrambi alla metafora/esempio del capitano della nave per spiegare che autorità si collega a capacità.

E ancora, bastano competenza e conoscenza per fare un maestro? Forse sì, eppure quanto contano anche la capacità di insegnare e di appassionare alla disciplina essendone appassionati, facoltà che ancora oggi gli studenti ritengono imprescindibile per fare di un insegnante un buon insegnante, di uno studioso un maestro. È un maestro insomma chi conosce la sua disciplina e la sa insegnare in maniera proficua e appassionata. Per avere un maestro ci vogliono comunque, spiega Zagrebelsky, i discepoli che riconoscono il maestro e ne seguono l’insegnamento globale o anche soltanto uno spunto, un suggerimento che si rivelerà importante per la vita pubblica e privata. E questo sia che il maestro promuova lo stile di pensiero «di Atene», che alimenta la logica rigorosa e cogente, avida di verità essenziali e immutabili, o quello «di Gerusalemme», che procede per similitudini, analogie e metafore, attento alla pluralità dei punti di vista. Non deve in ogni caso il maestro – e qui il rimando è a Max Weber - appartenere alla genìa de «i profeti, i salvatori o i demagoghi» che salgono in cattedra per persuadere, giacchè il maestro non è il capo che indottrina, assevera Weber, ma il docente, prosegue Zagrebelsky, che spiega e che si dedica a far conoscere, a far comprendere, a far giudicare. Che insegna, in-segna, lascia un segno, benché che cosa porre un segno significhi è un bel mistero, «mah! chissà...», come recitano le parole dubitative con cui si chiude il saggio.

Un pensiero tra parentesi ora, rivolto da parte mia alle gloriose maestre. Le maestre che insegnano, spiegano, fanno conoscere, comprendere e giudicare, e nemmeno hanno, poverette, la consolazione data dal fatto che il termine che le designa tocchi qualcosa di più alto; tant’è che le direttrici d’orchestra si fanno chiamare puntigliosamente «maestro», per assorbire un po’ del prestigio della figura maschile attraverso il prestito del genere grammaticale. E che anche quando sono maestre di cultura e di vita vengono chiamate nel libro col solo nome (Bettina, Clara, Cosima, Sabine) o talvolta con nome e cognome ma mai col solo cognome, riservato al maschio. Es. Freud e Lou Andreas Salome, Heidegger e Hannah Arendt: non si fa!

Il Mai più senza maestri del titolo (chiusa la parentesi) è parafrasi di una scritta - «Jamais plus de maîtres» - del maggio francese, movimento di giovanilismo esasperato che esortava a non fidarsi di nessuno che avesse più di trent’anni e che chiamava matusa o “pph” (passe pas l’hiver) chi fosse appena ingrigito nei capelli. Un movimento antiautoritario ed esasperatamente egualitarista, nota Zagrebelsky, che in qualche modo esaltava l’appiattimento, lo stesso fenomeno criticato da Pasolini. Il magistero invece non è, non dovrebbe essere, luogo di livellamento né di oppressione e di elitarismo del privilegio ma di liberazione e illuminazione, come nella bella immagine dantesca ove Virgilio, rivolgendosi a Stazio nella funzione di maestro gli dice: «Facesti come quel che va di notte,/ che porta il lume retro e sé non giova,/ma dopo sé fa le persone dotte» (Purg. XXII, 67-69).

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