ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLavoro

Riforma ammortizzatori sociali rimandata a settembre. I nodi costi e micro-imprese

A una settimana dalla scadenza del 31 luglio, indicata dal ministro del Lavoro, la riforma di sussidi e politiche attive è ancora un cantiere aperto, ed è sempre più probabile il rinvio a settembre. Tra i punti critici del progetto, c’è anche il link troppo debole tra ammortizzatori e servizi di attivazione al lavoro e formazione

di Marco Rogari e Claudio Tucci

(DooMinatorDesignz - stock.adobe.com)

3' di lettura

Manca soltanto una settimana alla scadenza del 31 luglio, di fatto fissata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Ma per l’attesa riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive, prevista espressamente anche dal Pnrr seppure senza vincolarla a termini perentori, si delinea il rinvio a settembre. E a questo punto l’ipotesi più probabile per far approdare la legge in Parlamento diventerà salire in corsa sulla legge di bilancio in partenza, come al solito, in autunno. Intanto il ministro Orlando continua a lavorare alacremente al progetto. Che però, almeno fino adesso, non appare in grado di superare due scogli presenti già all’inizio del cammino: quello delle risorse e il meccanismo per garantire gli ammortizzatori anche alle imprese più piccole (sotto i 5 addetti).

Il progetto Orlando

Nella sua versione più aggiornata, il disegno riformatore di Orlando punta a estendere, sostanzialmente a tutti, un ammortizzatore sociale, ritoccato al rialzo come importo, anche a coloro oggi coperti dalla cassa in deroga, destinata a scomparire. Le nuove settimane di Cig (a seconda di settore e dimensione aziendale, si ragiona su 9-12 fino a un massimo di 25-30 settimane di sussidio) sarebbero, almeno nella fase di transizione (calcolata in 1-2 anni), per coloro che oggi non hanno ammortizzatori ordinari, a carico dello Stato.

Loading...

I nodi ancora da sciogliere

Il punto è che la dote da 1,5 miliardi recuperata con lo stop anticipato al cash back è chiaramente insufficiente. Anche se da Via XX settembre non arrivano stime ufficiali, per l’attuale versione abbozzata dal Lavoro dagli ultimi calcoli servirebbero almeno altri 6-7 miliardi. Che farebbero lievitare il conto a oltre 8 miliardi, al netto della partita lavoratori autonomi e del rifinanziamento da assicurare poi alla Naspi (circa 2 miliardi, con la doppia opzione sul tavolo di ridurre il décalage o di allungare la durata, oggi 24 mesi, specie per i soggetti over55). E il ministero dell’Economia già nelle scorse settimane avrebbe fatto capire di non essere in grado di ricavare questi fondi. L’asticella dovrebbe essere quindi abbassata. Con una ricaduta diretta su alcune priorità indicate da Orlando. Come quella dell’estensione degli ammortizzatori alle piccolissime imprese che, come detto, nella fase iniziale sarebbe sostanzialmente tutta a carico dello Stato.

Poco chiaro il link tra sussidi e politiche attive

Non solo. Non sarebbe ancora chiaro il link tra sussidi e politiche attive e della formazione; temi su cui invece punta a gran voce la Lega, che, con il sottosegretario all’Economia, Claudio Durigon, invita a realizzare «una riforma completa», considerando anche le cospicue risorse in arrivo con il Pnrr sul capitolo politiche attive. E con l’assegno di ricollocazione e il nuovo programma «Gol» (Garanzia occupabilità lavoratori), entrambi previsti dalla scorsa legge di Bilancio, e ancora (colpevolmente) in stand by. Ai ritardi iniziali si aggiungono dunque altri ritardi. Un andamento lento che sta cominciando a creare qualche preoccupazione a Palazzo Chigi, anche nell’ottica del rispetto degli impegni presi con Bruxelles.

Le frizioni nella maggioranza (e con i sindacati)

Nella maggioranza c’è poi chi non condivide del tutto la tabella di marcia impostata da Orlando: prima le misure su lavoro e ammortizzatori e soltanto dopo le pensioni. Il dopo Quota 100 preoccupa Lega, M5S e i sindacati. Alla conclusione della sperimentazione dei pensionamenti anticipati targati Conte 1 mancano appena cinque mesi e la questione non è stata ancora affrontata. Anche in questo caso il Mef frena di fronte al pressing per interventi a vasto raggio e costosi. Che, tra l’altro, sarebbero poco graditi alla Ue. Orlando fin qui non si è mai esplicitamente pronunciato sulle eventuali nuove forme di flessibilità in uscita da adottare. Anche se, dopo molte insistenze dei sindacati, ha ora convocato il tavolo il 27 luglio per far ripartire il confronto sulla previdenza. Ma martedì prossimo, a differenza di quanto era stato ipotizzato nelle scorse settimane, la riforma degli ammortizzatori non avrà ancora visto la luce.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti