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Riformare l’Europa per consentirle di avere un futuro

Ogni importante cesura della storia ha sempre comportato un adeguamento dell’assetto istituzionale dell’UE

di Carlo Altomonte

(Adobe Stock)

3' di lettura

Ogni importante cesura della storia ha sempre comportato un adeguamento dell’assetto istituzionale dell’UE. La Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio prodroma della CEE, dopo la seconda guerra mondiale, e la nascita della moneta unica dopo la caduta del Muro, sono figlie di queste cesure.

Sarebbe dunque illusorio pensare che l’invasione militare russa dell’Ucraina non possa non avere profonde conseguenze sul nostro essere Unione.

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Per anni, buona parte dell’UE ha sposato un modello di sviluppo in cui la sicurezza energetica veniva garantita ad un costo relativamente basso dalla Russia, la sicurezza economica dipendeva dall’apertura dei mercati globali, in particolare della Cina, e la sicurezza militare era appaltata agli Stati Uniti. L’assetto istituzionale è stato in qualche modo adattato a queste scelte.

Ma il conflitto russo-ucraino, intimamente connesso a quello più strutturale dì rivalità tra USA e Cina, ha messo rapidamente fine a questo modello. L’Europa negli scorsi anni ha iniziato a pagarne le conseguenze: prima con la guerra dei dazi, poi con l’estromissione da alcune commesse militari, e oggi con il ricatto energetico.

Eppure la sostituzione del precedente modello con uno in cui l’autonomia strategica europea possa acquisire maggiore centralità è complicata. L’assetto istituzionale comunitario sui temi militari ed energetici ha (ancora) poche competenze, troppo spesso è paralizzato dalla regola dell’unanimità, e comunque deve conciliare interessi molto diversi, in particolare tra Est ed Ovest.

Alcuni passi avanti sono stati fatti, per esempio in termini di transizione energetica e più recentemente di rapido abbandono dell’approvvigionamento di fonti fossili dalla Russia, ma occorre una visione di più ampio respiro, supportata da strumenti decisionali adeguati. Per come è impostata oggi la strategia verde europea, si rischia di passare dalla dipendenza russa a quella cinese. Inoltre si genera una pressione su alcune materie prime legate al mondo delle rinnovabili che potrebbe facilmente tradursi in una nuova ‘tassa’ a carico dei cittadini europei, in assenza di un investimento su catene del valore integrate a base europea, in cui evidentemente non può non giocare un ruolo anche l’industria militare.

Sarebbe dunque opportuno partire da un nucleo ‘duro’ di Paesi federati, a partire dai tre grandi fondatori, Francia, Germania e Italia, per orientare in maniera significativa le scelte geo-strategiche europee in virtù della condivisione di rappresentanze e interessi internazionali comuni. Lo strumento istituzionale in questa fase potrebbe essere costituito dalla chiusura del triangolo di accordi bilaterali tra i tre fondatori: Francia e Germania sono storicamente legati dal Trattato di Versailles, Italia e Francia sono adesso legate dal Trattato del Quirinale, manca il completamento di un accordo ad ampio spettro tra Italia e Germania, coerente con il disposto degli altri due.

All’interno di questo strumento “ibrido” potrebbe configurarsi l’accordo politico funzionale all’avvio del programma di riforma previsto dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, e già avallato da un “non-paper” tedesco a ridosso del discorso del Presidente Macron alla chiusura della Conferenza lo scorso 9 maggio, che ha trovato favorevole anche il Governo italiano.

L’autonomia strategica implica anche una capacità di proiezione dei propri interessi su di un’area necessariamente più ampia di quella dei 27, per includere tutti i Balcani e i paesi della dorsale caucasica dall’Ucraina fino alla Turchia, oltre che il Mediterraneo del sud. Dunque l’idea di una Confederazione ampia di paesi geograficamente legati all’Europa, che possano partecipare ad un’ area economicamente integrata.

Varie proposte sono già state fatte in questa direzione, e in realtà esistono già oggi diversi elementi di questa configurazione, in virtù del network di accordi bilaterali di associazione che l’Unione Europea ha già con quasi tutti questi paesi. Poichè ognuno di questi accordi prevede un “Consiglio di associazione” tra l’UE e i governi dei paesi membri dell’accordo, un primo passaggio verso la Confederazione europea potrebbe essere la creazione di un organismo consultivo che raccolga, insieme all’UE, tutti i Consigli di associazione, al fine di determinare una strategia comune di sviluppo delle linee di integrazione economica dell’area allargata.

Senza questi ulteriori passaggi, sia sul fronte interno che su quello esterno, vi è il rischio concreto che nel nuovo contesto geo-politico determinato dal conflitto l’attuale assetto istituzionale europeo non costituisca un equilibrio stabile. L’UE a 27 risulta essere geograficamente troppo limitata, e politicamente troppo eterogenea, rispetto alla sua capacità di soddisfare la nuova domanda di beni pubblici in termini di sicurezza energetica, militare ed economica che arriva dai suoi cittadini.

Ne consegue che l’esigenza di riforma delle istituzioni comunitarie, già sottolineata dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, non può essere procrastinata. Perché quando una Istituzione non è più in grado di rispondere in maniera efficiente ai suoi cittadini, prima o poi viene consegnata ai libri di storia.

Professor Carlo Altomonte, docente di Economia dell’integrazione europea all’Università Bocconi di Milano

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