Europei di calcio

Risse, ululati e insulti razzisti: l’Inghilterra ha perso anche la partita del fair play

Risse, ululati, assembramenti senza mascherine e insulti razzisti nella patria del fair play

di Dario Ricci

Oltre alla sconfitta il razzismo, Johnson si sfoga su Twitter

4' di lettura

La grande sbornia è finita. Ci hanno pensato le manone di Gigio Donnarumma a strappare coppa e boccali dalle mani dei sudditi di Sua Maestà. A nulla è valso il messaggio che Elisabetta in persona aveva inviato alla vigilia ai suoi Leoni, evocando la premiazione del Mondiale 1966, che sempre nel (vecchio, poi ristrutturato) stadio di Wembley l’aveva vista protagonista nel consegnare la Coppa Rimet a Bobby Moore e compagni. It’s coming Rome, e allora see you next time.

Pragmatismo e ideologia

Si torna da queste 24 ore scarse a Londra con sensazioni contrapposte. La Coppa è in valigia, ed è il dato più bello e meno atteso; ma resta inchiodato lo sguardo, più che su quei riflessi argentati, su quanto li ha circondati, prima e dopo la finale su uno dei prati più leggendari del calcio mondiale. Stupisce e sorprende la doppia velocità, anzi forse meglio dire la «doppia morale» con cui gli inglesi sono tornati ad abbracciarsi in questi giorni, e in queste ore, prima per farsi coraggio e sognare insieme, ora per consolarsi. Tanto pragmatico il premier Johnson è stato nel gestire il diffondersi della variante Delta e restituire le libertà fondamentali ai suoi cittadini, quanto ideologico nello sposare in toto la mania del pallone, instaurando così nel Paese un clima messianico-footballistico per l’intero mese di Euro2020. Il fascino irradiato da quella Coppa ha spazzato via ogni remora, ogni precauzione, ogni distanziamento, ogni fraintendimento rispetto alla pandemia. La vittoria avrebbe dovuto sancire la riuscita saldatura tra pragmatismo e messianesimo nel nome del calcio.

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Piano fallito, e da oggi si torna a far di conto con dati, strategie, guerra di posizione al virus in vista del Freedom Day del 19 luglio, e auspicando che quanto si è visto per le strade di Londra in questo mese, in queste ore, non imponga tributi sanitari pesanti e imprevisti.

Gli inglesi hanno perso anche il fair play

Gli inglesi hanno perso anche il fair play

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Partita persa

Oltre quella sul campo, i padroni di casa sembrano aver perso anche quella del fair-play. Le resse (e le risse), i tafferugli, i fiumi di alcool, la sensazione straniante di partecipare a una festa in cui sia stato volutamente accantonato il convitato di pietra (cioè il virus) è ancora vivida, e fa diluire l’ammirazione per il coraggio e l’intraprendenza nella più estesa sensazione di aver rivisto scene di un’Inghilterra calcistica Anni Settanta di cui ben poco si sentiva nostalgia. Senza dimenticare poi, quello che pure s’è visto e sentito in campo: gli ululati dei 60mila di Wembley all’inno italiano (malgrado gli appelli in tutt’altra direzione di quel gran signore che è il ct inglese Gareth Southgate); la fuga di buona parte del pubblico ben prima della fine della premiazione degli azzurri (che pure avevano celebrato con il ’corridoio d’onore’ gli avversari sconfitti; lo sguardo glaciale della coppia reale William e Kate in tribuna, incapace - autogol clamoroso, visto il ruolo e lo status! - ogni compiacimento pur solo formale per il successo (del resto strameritato degli azzurri). E senza dimenticare quello che si è letto sui social network, con gli insulti razzisti indirizzati a Bukayo Saka, Marcus Rashford e Jadon Sancho, «rei» non solo di aver sbagliato il calcio di rigore ma pure di avere la pelle nera.

Wimbledon e Wembley

Niente a che vedere, si dirà, con quanto andato in scena appena poche ore prima su un’altra erba, ancor più leggendaria, quella di Wimbledon. Ma di altra cosa si tratta: perché - al di là del vincitore del momento - Wimbledon ogni anno celebra se stesso e la propria solennità (ancor di più quando non vi sono britannici protagonisti); a Wembley invece si giocava per l’orgoglio nazionale, e non a caso lo stadio, con le intonazioni dei suoi canti e dei suoi cori, ha seguito il ritmo imposto (anzi, meglio: subìto) nella gara da parte dei Leoni, come se Southgate dalla panchina fosse il direttore d’orchestra dell’intero stadio, che ha però steccato proprio nella sera più importante.

Heathrow dantesco

A stonare, poi, anche la bolgia dantesca in cui sono precipitate le migliaia di persone in partenza dal principale scalo londinese stamattina: code chilometriche senza alcun distanziamento, causa il protrarsi dei controlli di sicurezza. Perché? Oltre alle varie ma necessarie lungaggini imposte dalle norme anti-Covid a pesare sulla disorganizzazione generale - secondo fonti informali - l’assenza di oltre 100 addetti, che non si sono presentati al lavoro molto probabilmente sulla scia di una domenica calcistica per la quale speravano in tutt’altro esito. Ecco, scoprire che anche Heatrow può essere assimilato a una qualsiasi municipalizzata romana (ci si perdoni l’associazione d’idee immediata, ma non certo esclusiva) ci lascia però in fondo un messaggio rassicurante: senza volersi attribuire patenti di maestria in alcun campo, se solo cominciassimo, noi e loro, a riconoscere reciprocamente quello che ci riesce peggio, ecco allora davvero sì forse sapremmo dare, ancora più spesso e più spesso insieme (pur ormai separati da Manica, Brexit ed Europeo) il meglio.

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