Opinioni

Se i fondi sono pochi (e i parametri troppi) gli atenei arrancano

di Lucio d'Alessandro

5' di lettura

Ha suscitato interesse e un certo scalpore il video delle tre giovani dottoresse della Scuola Normale di Pisa che, durante la cerimonia per il conseguimento del diploma, hanno lanciato un pesante j’accuse nei confronti del sistema universitario italiano e della stessa Normale, alla quale pure si dichiarano debitrici di buona formazione. Il dito viene puntato contro tutti gli attori del campo accademico, fatta eccezione, forse, per i soli studenti, e proprio per questo quelle parole non possono non interpellarci.

Un primo motivo di lamento è costituito dal sottofinanziamento del sistema di alta formazione italiano, che, con la percentuale di 0,3% del Pil, è la più bassa d’Europa, dove la media è dello 0,7%, ma arriva a punte dello 1,7% come in Finlandia. In questo le ragazze sono in buona compagnia: che il vulnus italiano si protragga ormai da decenni viene rilevato da molti attori, a cominciare dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), e c’è da sperare che le aspettative legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e le ultime manovre liquidate nel tempo dell’emergenza sanitaria, dove l’importanza della ricerca scientifica e tecnologica e l’essenzialità della formazione sono diventate drammaticamente palesi, si assestino verso una politica di indirizzo e non una misura una tantum.

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Proprio la crisi pandemica sta mostrando come gli investimenti in alta formazione e ricerca non siano da considerare un mero titolo di spesa al pari di altri, ma il carburante di un motore da cui dipendono crescita, ripresa e benessere civile. Anche perché dal sottofinanziamento derivano problemi che hanno un impatto severo sulla vita delle persone: dal sempre minore numero di borse a disposizione degli studenti, con conseguenti lesioni al diritto allo studio, alla precarizzazione dei giovani ricercatori, che difficilmente riescono a raggiungere posizioni stabili prima dei 40 anni (a essere ottimisti), affrontando difficoltà che si ripercuotono sulle scelte personali e familiari, senza contare i molti che si trovano costretti all’espatrio o alla sofferenza di abbandonare il campo della ricerca.

La seconda accusa procede dai sintomi al sistema. Si lamenta una deriva neoliberalista dell’Università, cioè subordinata alle logiche del mondo della produzione, vassalla dei suoi interessi e anche per questo poco portata a mantenere il ruolo di coscienza critica della contemporaneità. Difficilmente può rimanere tempo per coltivare e trasmettere spirito critico se i suoi attori sono stritolati da una sindrome da competizione che affligge e contrappone tra loro sia le Università, per assicurarsi finanziamenti pubblici e privati, sia i docenti stessi, per accumulare pubblicazioni a fini di carriera piuttosto che di conoscenza.

A questa deriva non si sarebbe sottratta neppure la Scuola Normale, pur privilegiata dal punto di vista dei finanziamenti. Nella stessa Normale, corresponsabile tra l’altro dell’iniziativa della cosiddetta Normale del Sud (su di essa il giudizio delle ragazze sembra critico, ma appare non chiaro), il clima di lavoro avrebbe generato un senso diffuso di disagio, una «competizione malsana» tra gli studenti, molti dei quali non pervenuti al diploma, e una «deresponsabilizzazione del corpo docente».

Se l’Università è specchio del mondo, trova collocazione in questo quadro anche l’ultimo punto d’attacco, rivolto all’insufficiente attenzione del mondo universitario all’ancora persistente disparità tra uomini e donne nell’accesso all’accademia, nella quale, pur in presenza di numeri sostanzialmente allineati nelle fasi iniziali della carriera, permane una prevalenza maschile nei ruoli più elevati. Il divario di genere si rifletterebbe nella scarsa attenzione per la condizione della donna in maternità – una difficoltà specchio di una debolezza sostanziale del sistema italiano dei servizi – e perfino in un linguaggio refrattario a farsi carico della specifica sensibilità femminile.

Che dire? Alcune considerazioni sono largamente condivise dal mondo universitario (sottofinanziamento e precarizzazione) o da buona parte di esso (l’eccesso di competività). Non ci nascondiamo che coglie per molti aspetti nel segno la doglianza sul divario di genere, sul quale, a fronte di un persistente monitoraggio e alcuni necessari interventi mirati (come sulla conciliazione vita-carriera e la politica di congedi parentali), occorre tuttavia ripetere che si tratta di un deficit di origine esclusivamente culturale e non legislativo. Pertanto sarà soltanto la crescita culturale della società nel suo complesso a creare le condizioni per la sua scomparsa, ed è innegabile che il processo è in corso, e non da oggi. Precedenti lo confermano: quando nel 1965 si concluse il primo concorso di magistratura aperto alle donne, le vincitrici furono poche unità; oggi il numero di donne presenti nella magistratura italiana, grazie a un salutare processo di crescita culturale, che parte dalle famiglie e coinvolge i sistemi di istruzione e poi di organizzazione, è maggiore di quello degli uomini. Dopotutto, i recenti casi di elezione di donne a ricoprire il ruolo di guida di grandi Atenei mostra che si è innescato un trend difficilmente reversibile.

Per concludere, credo vada rivolto un ringraziamento alle coraggiose ragazze che hanno portato al richiamo dell’opinione pubblica problemi che naturalmente il mondo universitario nel suo complesso conosce e dibatte, almeno in parte da tempo. Certo, la loro prospettiva deriva anche dall’esperienza di un ambiente del tutto peculiare: dall’«etica dell’acquario», come la ebbe a definire la brillante filosofa normalista Ilaria Gaspari nel suo romanzo dedicato proprio alla Scuola, luogo dove la competizione tra studenti costretti all’eccellenza in ogni singola prova ha non di rado riflessi sullo stesso equilibrio psico-fisico. Ma c’è un ulteriore punto di sistema che mi sembra valga la pena sottolineare.

Molti dei problemi lamentati hanno un comune denominatore, rintracciabile nella visione piuttosto “quantitativa” del mondo universitario che si è venuta affermando negli ultimi decenni, o per concordata strategia o inerzia (un altro dei mali dell’accademia) o la sprovveduta incapacità di farvi fronte. Quella visione, nel collegarsi alla cosiddetta deriva neoliberalista, nasce altresì dal bisogno dello stesso mondo universitario di accreditarsi, o riaccreditarsi, “numeri alla mano”, rispetto a una società che maturava crescente sfiducia verso la presunta autoreferenzialità di un mondo “baronale” spesso vissuto come “casta”. Il semplice trasferimento di logiche, senza riguardo per la specificità dei comparti, è spesso cattivo consigliere. È così avvenuto che la trasformazione del concetto di qualità, che è ovviamente l’obiettivo proprio dell’Università, in valutazioni meramente quantitative, ha prodotto un mondo di “forme” che molto spesso non riescono a corrispondere a una sostanza, o a farlo in una forma annacquata che mette in crisi il concetto stesso di qualità sostanziale.

Se il corpo ricercatore e docente vive nell’assillo di soddisfare un sistema arzigogolato di mediane, indici, parametri, quantificazione dei “prodotti”; se un giovane studioso che sta lavorando da numerosi anni a una ricerca, nell’osservare che, quando la sua fatica fosse finita corrisponderebbe a un solo “prodotto”, tra l’altro non pubblicabile per mole in una delle riviste di classe A (un sistema di burocratizzazione tutto italiano che i colleghi stranieri faticano a comprendere e, non di rado, commentano con spregiativa incredulità), si chiedeva se non valesse la pena di “spacchettare” il libro in più articoli, con il rischio di ripetersi e perdere il senso dell’insieme, ma guadagnando punti ai fini delle mediane concorsuali: se tutto questo capita, vuol dire che qualcosa di improprio e forse malato caratterizza oggi il mondo della vita accademica. A risentirne ci pare siano non solo la qualità della ricerca, ma anche la qualità della didattica, e quindi quel servizio che l’Università è chiamata a offrire alla società, alle giovani generazioni, alle famiglie che vi affidano i figli.

Non dunque le “macerie” di cui parlano le ragazze di Pisa, ma certo qualcosa su cui riflettere.

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