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Segnali di vitalità all’ombra dei campanili

In Italia molto si discute riguardo al ruolo che le grandi aree metropolitane oppure le città medie possono giocare nella turbolenza generalizzata in cui ci troviamo

di Aldo Bonomi

(rh2010 - stock.adobe.com)

3' di lettura

In Italia molto si discute riguardo al ruolo che le grandi aree metropolitane oppure le città medie possono giocare nella turbolenza generalizzata in cui ci troviamo. In mezzo c’è però una diversa tipologia di città, che a me pare oggi importante per alcuni segnali di vitalità. Io le chiamerei città-snodo, tra distretti e piattaforme tra smart land e smart city.

Provano a chiamare a raccolta il loro territorio immediato, re-immaginando il tema della prossimità, tra comunità in dissolvenza, ritessendo reti sociali.

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Sono città solitamente più piccole delle città medie principali, ma che nel recente passato hanno fatto da capitali distrettuali, oppure hanno sonnecchiato come passivi centri amministrativi e di consumo. Dopo che i distretti si sono trasformati in filiere o piattaforme e alcuni sono pure andati in crisi, forse vengono avanti proposte e tentativi su una scala urbana molecolare snodo tra il paese e la grande città. Piccoli centri con un accumulo di capitale istituzionale operoso dove si presentano più gravi gli impatti indotti dai nuovi assetti geoeconomici.

Nella crisi si producono sussulti, segnali di vitalità, esperimenti che provano a mobilitare un discorso pubblico intorno ai problemi e alle possibili strategie di uscita. In un contesto in cui la politica pare perpetuare la sua più che decennale dissolvenza, s’intravedono fermenti proprio nelle città al centro di territori produttivi.

Darne racconto è importante, perché nell’incertezza in cui pandemia e guerra hanno ficcato le nostre società, le risorse di legame sociale, la memoria produttiva e le reti di welfare, sono capitali fondamentali di cui le città-snodo paiono ancora dotate.

A volte sono i corpi un po’ anchilosati delle rappresentanze a chiamare a raccolta il territorio, come accade a Lecco, dove l’Api, in alleanza con il cineforum della parrocchia, prova a capire il perché di un mercato del lavoro che sembra non riuscire più a mobilitare sia il bisogno di senso che di reddito; chiedendosi perché la fabbrica, pur offrendo lavoro più strutturato, fatichi a mettersi in sintonia con una società che non è più disponibile (soprattutto tra i giovani) a dare appartenenza all’istituzione impresa.

Nelle città-snodo all’ombra dei campanili si fanno prove di distretto sociale, per riflettere su come ricucire un divario tra valori diffusi e fabbrica. È sempre a Lecco che un’altra rappresentanza come l’Unione del Commercio chiama a ragionare di crisi e di vie d’uscita i sindaci del territorio, provando a non chiudere la discussione solo su tasse e burocrazia, ma a ragionare di come il commercio può rimanere fattore di sviluppo territoriale nell’epoca delle piattaforme e della messa a valore diretta della vita sociale e dei bisogni personali attraverso la rete.

Da Lecco si va giù nella città infinita verso Merate dove si ripensano i distretti del commercio come volàno di una piattaforma territoriale in cui 12 comuni, partendo dai “bottegai” di prossimità, collegandosi ai finanziamenti regionali provano a integrare cura territoriale, salto al digitale, e attrattività del capitale naturale con il vicino parco di Montevecchia.

Lo stesso segnale emerge ad Arzignano, dove è l’amministrazione comunale che chiama le imprese del distretto per costituire il “Comitato Arzignano capitale della pelle” con un marchio che include istituzioni, imprese, scuole tecniche, l’utility dell’acqua, la Proloco per completare la transizione verso la sostenibilità delle filiere. Che oggi sempre più assomigliano a ragnatele territoriali del valore in cui il tema della qualità della vita e della salute non può più essere una esternalità, ma una “internalità” che deve entrare nel conto economico delle imprese alla voce competitività. O anche a Sassuolo, nel distretto della piastrella, in uno dei possibili epicentri di una stagflazione da finanziarizzazione delle materie prime energetiche oltre che da infarto delle catene logistiche, dove si discute se la sperimentazione di una ristrutturazione in chiave di comunità energetica sostenibile e intelligente tra aree produttive e residenziali, con una coalizione da città-distretto tra rappresentanze, istituzioni e utilities, potrebbe garantire un futuro alle filiere produttive.

Oppure Carpi dove è il comune che prova ormai da tempo a tessere una intelligenza collettiva delle rappresentanze e dell’impresa, in grado di spingere in avanti la metamorfosi in chiave di circolarità la filiera del fashion nell’ex-distretto.

Sono vagiti, segnali. Che però ci riconducono all’esigenza di provare a immaginare una via di uscita dalla crisi che poggi su riserve di energia solida nei territori, di tessuti sociali e di operosità che possano costituire un antidoto al combinato distruttivo di stagflazione e dissoluzione della sfera politica, alla cui ripresa non possono certo bastare soltanto la distribuzione di bonus o delle promesse del grande flusso Pnrr.

Guardare agli sforzi delle città-snodo nel mobilitare pezzi della loro memoria produttiva e di coesione sociale nel fare argine alla crisi induce tracce di speranza.

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