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Social network, conviene ancora investire in questi titoli?

Secondo alcuni gestori sono aziende resilienti perché attraggono capitale umano di qualità. I rischi reputazionali sono però ancora molto alti e molti fondi sostenibili evitano l’esposizione su queste società

di Vitaliano D'Angerio

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(REUTERS)

Secondo alcuni gestori sono aziende resilienti perché attraggono capitale umano di qualità. I rischi reputazionali sono però ancora molto alti e molti fondi sostenibili evitano l’esposizione su queste società


3' di lettura

Resto o vado via? L’investimento nei social network quotati è diventato un vero e proprio dilemma. Le performance dicono che hanno già superato la mazzata Covid. Facebook e Twitter, per fare i nomi dei più noti, sono aziende resilienti secondo alcuni gestori e hanno soprattutto una grande capacità di trattenere e attrarre talenti. Possiedono un capitale umano di alta qualità che ha permesso, per esempio, all’azienda fondata da Mark Zuckerberg di recuperare le perdite provocate dallo scandalo di Cambridge Analytica. «Il capitale umano è il punto di forza dei social network – spiega Corrado Gaudenzi, responsabile long term sustainable strategies di Eurizon –. Consente a queste aziende di essere resilienti davanti alle crisi. Attrarre e trattenere talenti è un elemento chiave».

Allo stesso tempo però, viene anche sottolineato, i social network sono aziende che non possono essere valutate soltanto dal punto di vista finanziario: hanno creato valore ma ne creeranno ancora in futuro? «Il Covid è stato uno spartiacque – afferma Simona Merzagora, managing director in Italia di NN IP –. Le aziende non saranno più valutate soltanto sulla base della soddisfazione degli azionisti ma anche su quella di tutti gli stakeholder, ovvero dipendenti, clienti e pubblico in generale. In particolare, i social network hanno criticità sul versante della raccolta e gestione dei dati sulla privacy come ha evidenziato l’episodio di Cambridge Analytica per Facebook». E come dimostra l’attacco hacker a Twitter sul fronte sicurezza.

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Trump e Zuckerberg

La dichiarazione di Donald Trump su Facebook in relazione alle proteste americane («Quando iniziano i saccheggi cominciano gli spari») ha contribuito a innescare la campagna #StopHateforProfit.

Un’iniziativa che sta creando seri problemi al gruppo di Menlo Park. Sono 750 i marchi che hanno deciso di togliere la pubblicità dalla piattaforma digitale di Zuckerberg per non associare il proprio brand alle “urla digitali” degli odiatori (hater): da Coca Cola a Unilever, da Microsoft a Verizon.

Un’onda di piena, anche se a spaventare sono soprattutto le potenziali reazioni dei piccoli investitori pubblicitari, oltre 8 milioni, vera spina dorsale dei ricavi di Facebook. Nel 2019, Zuckerberg ha raccolto 70 miliardi di dollari con i messaggi pubblicitari e nel 2020 le previsioni erano di arrivare a 77 miliardi. Riuscirà Facebook a superare anche queste difficoltà?

Il rischio reputazionale

Il rischio reputazionale esiste e in prospettiva potrebbe avere ripercussioni sugli investimenti. Ne è convinto Wolfgang Pinner, responsabile Team investimenti socialmente responsabili di Raiffeisen Capital Management: «Nei nostri fondi sostenibili, Facebook e Twitter non ci sono. Essere assenti dall’azionariato di Menlo Park ci è costato 15 punti base. Ma questo è il breve termine. Sul lungo periodo, a nostro avviso esiste ancora un problema di data security. Poi – aggiunge – vi è la questione hater. Come evitare questo problema? Non lo so, non sono un esperto di social ma il problema c’è». Le contromisure adottate da Facebook non sono ancora sufficienti, a detta di Pinner, per tornare di nuovo a investire nelle azioni di Zuckerberg. Il rischio reputazionale è troppo alto.

Per Merzagora, inoltre, i social network sono davanti a sfide cruciali: «Devono bilanciare la libertà di espressione degli utenti con la verifica delle fake news e il controllo dei messaggi di odio. La domanda è: sono loro i responsabili di quanto pubblicato o ci devono essere delle linee guida delle authority da rispettare? Fin quando non ci saranno le linee guida, rimane l’incertezza». Con tutto quello che ne consegue sul versante del rischio reputazionale.

Fondi sostenibili e screening

Non tutti i fondi sostenibili si comportano poi allo stesso modo. «Chi realizza il tradizionale filtro all’ingresso sui settori controversi – ricorda Gaudenzi – potrebbe di certo avere titoli di social network in portafoglio. Più facile l’esclusione da parte di chi invece applica filtri Esg, una strategia più attiva di gestione sostenibile. Con i potenziali rischi reputazionali esistenti, attualmente è difficile che un social network entri in un portafoglio di un gestore che applica un approccio Esg “best in class”».

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