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Stabile l’industria, servizi in calo ma la crescita di Pechino si consolida

L’indice PMI di giugno resta al di sopra della soglia critica di 50, a 50.9 con una lieve perdita sui 51 punti di maggio, servizi in calo a 53.5 da 55.2

di Rita Fatiguso

2' di lettura

Il Purchasing Managers' Index (PMI) di giugno è a quota 50.9 (rispetto al 51 di maggio), mentre quello dei servizi cala a 53.5 da 55.2. La ripresa cinese nell’industria si stabilizza, un dato superiore a 50 indica comunque espansione. Più critica la situazione di costruzioni e servizi che risentono dei problemi della logistica nell’area del GuangDong dove i focolai di infezione hanno rallentato le manovre, a partire dal porto di Yantai. Ma la Banca Mondiale crede nel futuro dell’economia cinese e porta da 7,9 a 8,5% la crescita stimata nel 2021.

Il porto di Yantai (Adam Dean/Bloomberg)

Si allenta la pressione sull’industria

La morsa dell’inflazione legata ai prezzi delle materie prime inizia a rallentare anche a seguito delle decisioni adottate dal Governo e, come dimostrano i dati stabili di giugno, l’industria cinese stabilizza la ripresa.

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Il Purchasing Managers' Index (PMI) è un indicatore cruciale per valutare la situazione economica soprattutto nel settore manufatturiero perchè si basa su cinque indicatori chiave: nuovi ordini (30%), produzione (25%), occupazione (20%), termine di consegna dei fornitori (15%) e stoccaggio degli articoli acquistati (10%).

A giugno il manifatturiero è passato a 50.9 da 51 di maggio in linea con il 50.8 ipotizzato dagli economisti. Più critica la situazione del non manifatturiero, a 53.5 rispetto a 55,2. Colpa dei problemi innescati dai focolai di coronavirus specie nel GuangDong e quindi alle congestioni nei porti del Sud della Cina, a cominciare da quello di Yantai.

La Banca Mondiale

L’ottimismo della Banca mondiale

Le previsioni della Banca mondiale, nel frattempo, sembrano anticipare l’andamento positivo dell’industria cinese, anche in vista di una riapertura dei confini.

La Banca stima che la crescita nel 2021 sarà dell’8,5% e del 5,4 l’anno prossimo. L’ultimo bollettino relativo alla Cina stima un’ulteriore normalizzazione dell’economia. L’8,5 è infatti superiore al 7,9% stimanto sei mesi fa. La frenata ci sarà, ma nel 2022, quando si tornerà ai livelli di crescita pre pandemici e finirà anche del’effetto-inflazione .

Restano le criticità. Specie la gestione dei nuovi contagi nel Paese che finiscono per rallentare la riapertura delle frontiere del Paese, per il momento almeno contingentate.

Una discesa ormai irreversibile dal 2014

Quanto ai livelli dl PMI vicini a quota 50, c’è da dire che la temuta discesa al di sotto della soglia critica ha radici lontane, data almeno dal settembre del 2014, è da allora che il Purchasing Managers' Index (PMI) è diminuito costantemente, a prescindere dagli effetti della pandemìa che ha portato tutti gli indicatori al di sotto dello zero.

“Nel 2016, il PMI è scivolato al livello più basso, nell’aprile ha toccato pericolosamente quota 50,1. Ovviamente sono le piccole imprese a soffrire di più in questi casi - dice da Shanghai Carlo D’Andrea, vice presidente della Camera di commercio europea in Cina - ma il processo in corso è ben più ampio. L'industria manifatturiera richiede una tecnologia di livello alto e l'emergente industria strategica contribuisce solo in piccola percentuale alla struttura dell'industria manifatturiera cinese”. “Di fatto - continua D’Andrea - le imprese nel settore manifatturiero sono in piena ristrutturazione, le strutture industriali si stanno adeguando per soddisfare le nuove esigenze, le imprese responsabili dell'inquinamento o quelle che consumano grandi quantità di energie sono in via di dismissione. In definitiva, la trasformazione della struttura industriale deve ancora affrontare forti pressioni”.


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