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Stop al contante, i limiti già in vigore e i bonus in arrivo

Il Governo studia un pacchetto di misure per incentivare i pagamenti tracciabili ma resta un groviglio di regole con scarso effetto pratico sul contrasto all’evasione

di Cristiano Dell'Oste e Giovanni Parente

Stop al contante, card unica per identità e pagamenti

3' di lettura

Diciassette soglie e regole differenti per il denaro contante. Dai 15mila euro per lo shopping degli stranieri ai mille per le rimesse dei money transfer. Sparse tra le leggi varate negli ultimi 20 anni, le norme disciplinano anche gli obblighi di comunicazione alla Banca d’Italia e ai database del Fisco. E formano una giungla spesso inestricabile (e inesplorata) per famiglie, professionisti e imprese.

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Il quadro della normativa riflette l’ambiguità del legislatore. Che ha cercato di conciliare finalità opposte: limitare sì l’uso del contante, ma senza scontentare troppo i cittadini e i negozianti. Obiettivo complicato da raggiungere, in un Paese in cui – secondo i dati del Mef – l’86% delle transazioni complessive è ancora regolato con le banconote.

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Per rendersene conto, basta pensare all’altalena della soglia “generale” di utilizzo del contante: otto modifiche tra il 2002 e il 2016, quando il Governo Renzi la alzò da mille a 3mila euro. O alla vicenda del Pos: obbligatorio dal 30 giugno 2014 senza limiti di importo, ma senza sanzioni per chi non si adegua. Chi ha buona memoria ricorderà anche il divieto di pagare in contanti i canoni d’affitto delle case, introdotto nel 2014 ed eliminato in poco più di un mese. E adesso le regole potrebbero cambiare ancora.

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Il taglio dei costi
Il programma di Governo punta ad “agevolare”, “estendere” e “potenziare” i «pagamenti elettronici obbligatori», intervenendo anche per «ridurre drasticamente i costi di transazione». La frase suona contraddittoria (come si fa ad agevolare un obbligo?), ma lascia intravedere una linea d’azione. Il nuovo Esecutivo è al lavoro per eliminare le commissioni a carico degli esercenti per i pagamenti fino a 5 euro, riducendole drasticamente per i pagamenti fino a 25 euro. Una mossa che dovrebbe rimuovere uno dei principali ostacoli alla diffusione delle pagamenti elettronici. In Italia, in effetti, i Pos non mancano – ce ne sono 3,2 milioni – ma sono poco usati. La media è 1.235 operazioni per terminale all’anno, contro una media Ue di 4.205.

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Tre categorie di limiti
In attesa di vedere se e come sarà definito il taglio delle commissioni, le regole attuali si possono dividere in tre grandi categorie.

1. I limiti all’uso o al trasferimento delle banconote. Da quello generale di 3mila euro (valido anche per i cambiavalute) ai mille euro per le pensioni. Mentre gli stipendi già dal 1° luglio dell’anno scorso non possono più essere saldati in contanti.

2. Le norme sulla tracciabilità legate a bonus o adempimenti fiscali. È il caso delle detrazioni sui lavori in casa (che richiedono quasi sempre il bonifico tracciabile) e sulle donazioni alle Onlus (che escludono le erogazioni in contanti). Ma anche dell’obbligo di pagare i carburanti con mezzi tracciabili per poter dedurre il costo e detrarre l’Iva, scattato a luglio dell’anno scorso.

3. Le soglie che regolano comunicazioni o controlli da parte delle autorità. Ad esempio, i 10mila euro in frontiera o i 10mila euro di movimentazione mensile del conto corrente, che gli intermediari finanziari comunicano alla Uif di Bankitalia a fini antiriciclaggio.

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Dalla tracciabilità ai controlli
Senza arrivare per forza a una soglia “universale”, è chiaro che la giungla dei limiti andrebbe razionalizzata. Ma senza illudersi che scoraggiare o vietare l’uso del contante sia sufficiente a fermare evasori fiscali e riciclatori di denaro sporco. La riduzione del contante può rendere loro la vita più difficile. Ma, per scoprirli, sono indispensabili i controlli e le indagini. Magari innescati dalle analisi dei database pubblici, alimentati dai pagamenti tracciati. La scommessa della tracciabilità, in fondo, è tutta qui.

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