Il libro

Storie di schiavitù che ci ostiniamo a non voler vedere

di Alberto Orioli

3' di lettura

Torna la bella stagione, l’acqua è più calda. Ripartono i barconi dei migranti, gli scafisti, la tratta degli esseri umani, ’uso bellico degli sbarchi, come a Ceuta. E torna la nostra ipocrisia. Piatta e placida come è adesso il Mediterraneo da cui tutto comincia.

Comoda la nostra ipocrisia, fino a quando non arrivano libri come quello di Valentina Furlanetto Noi schiavisti. Come siamo diventati complici dello sfruttamento di massa (Laterza). Allora il messaggio arriva forte e chiaro. Non buonismo d’ordinanza, ma inchiesta giornalistica, voci sul campo, storie. Tante storie. Come quelle di chi garantisce che una sovracoscia di pollo possa costare 2,5 euro al chilo perché il suo lavoro di macellatore nigeriano vale nulla e non scarica impatto sul prezzo finale. O di chi ci garantisce che un ananas, neanche di cattiva qualità, possa costare un centesimo. O di chi fa la badante ed è rumena o di chi è mungitore e porta il turbante e il pugnale dei sikh. O di chi è infermiere e ci salva dal Covid e magari, mentre ci salva, muore contagiato. O di chi, guidato dall’algoritmo, ha portato cene su cene a chi era confinato. E tutti abbiamo fatto finta di non sapere quale fosse la vita su quella bicicletta, autorizzata a scorrazzare nella città blindata come se il Covid a lui (o lei) avesse dato un salvacondotto.
Il libro ci racconta le testimonianze di Andrew, Manuela, Jose, Kalu, Hamala solo per citare qualche nome. Dalle stalle agli ospedali, dai campi di raccolta di fragole o zucchine alle cave di gneiss sono persone in carne e ossa che garantiscono all’Italia di essere il Paese che è, una potenza industriale del G7, ma anche il secondo Paese più vecchio del mondo: 500 miliardi di export e 700mila badanti. Un posto d’onore per la produzione di robot nel mondo e un paesaggio umano dove non si trovano laureati nelle materie scientifiche e nemmeno manovali o braccianti. Un Paese di mezzo, dove certi lavori non si possono fare perché non siamo capaci e altri non si fanno perché corrispondono a fatiche che gli italiani – già popolo di faticatori quando lo raccontavano i dagherrotipi virati seppia – non vogliono affrontare più. Anche perché la retribuzione è scoraggiante.

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Furlanetto per Radio24 segue i temi legati all’immigrazione e conduce «Figli di Enea. Storie di nuovi italiani» da cui trae il racconto vero, con il positivo e il negativo di ogni storia vissuta con i registri propri della perfettibilità umana, di un fenomeno ineluttabile e globale. Gigantesco e immanente, ma anche così micro e contraddittorio da essere il racconto di chi sta in strada, dietro l’angolo.

Ma nelle oltre 200 pagine del libro non sceglie il registro facile della sola denuncia. Prospetta una realtà contaminata nella rimozione piccolo borghese, ma anche nella disperazione di chi cerca una vita migliore e magari diventa egli stesso sfruttatore senza scrupoli, senza alcuna empatia verso chi vive ciò che lui stesso ha vissuto. Non c’è un solo modo di leggere il fenomeno dei migranti: c’è il nuovo welfare appaltato a terzi dalle famiglie; c’è il mercato e la competitività delle imprese; ci sono le leggi in Italia, in Europa, ma anche nel mondo che orientano un mercato del lavoro fondato, nel suo primo girone, sullo sfruttamento più banale e basico. Non è una carrellata etica, è una full immersion nelle contraddizioni di un modello di sviluppo;
dati alla mano, non per sentito dire.

La reazione della politica all’ipocrisia è, da una parte, l’idea semplificata del respingimento sempre e comunque in nome di un racconto ansiogeno che condiziona e spaventa e rende più semplice tradurre l’ansia in consenso. Dall’altra, l’accoglienza sempre e comunque – è ancora la tesi del libro – fatica a tradurre l’accoglienza in cittadinanza reale, in nuovi diritti e, soprattutto, fatica a reggere le accuse di non sapere cosa sia la guerra tra poveri nelle periferie estreme, cosa significhi avere a che fare con il dumping salariale indotto dalla disperazione.

Nel mezzo prospera una convenienza diffusa, una ipocrisia di diversi colori, che non tocca mai le regole del gioco. E non riguarda
solo l’élite politica. Tocca nel profondo anche i nostri modelli
di consumo e di convivenza. «Nessuno è davvero libero se intorno
a lui ci sono degli schiavi» scrive Furlanetto.

E a leggerla, la parola schiavitù, in questa accezione che trova nomi e cognomi e storie che sono le storie che ciascuno di noi, ogni giorno, fa finta di non vedere, diventa quella parola pesante che è. Così pesante che facciamo fatica a sollevarla.

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