in vetta

Sull’Everest, e di corsa!

Scott Ellsworth ripercorre le conquiste himalayane, quando piantare la bandiera per primi voleva dire aumentare il peso sulla scena internazionale

di Maria Luisa Colledani

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4' di lettura

Per spostare il confine più in alto bisogna fare i conti con quel notaio feroce che è la Natura. Ma spostare il confine più in alto porta dove il blu è più blu, la luce incandescente e la neve ovatta. Fra il 1920 e il 1950, un’intera generazione di alpinisti ha camminato più vicina al cielo che alla terra: sono I conquistatori del cielo, raccontati da Scott Ellsworth, storico all’Università del Michigan e giornalista di testate quali «New York Times», «Washington Post» e «Los Angeles Times».

Il soft power delle vette

L’Europa ha il fiato corto e agitato; in Oriente, Cina e Giappone sono in guerra ma centinaia di giovani alzano lo sguardo alle cime. Perché scalare l’Everest? La risposta, quasi disarmante, è di George Mallory (1886-1924), che morirà nel 1924 tentando l’ascesa proprio all’Everest: «Perché è lì». Gli Stati Uniti, l’Impero Britannico e la Germania nazista, Paesi in cui stanno nascendo club e associazioni legati alla montagna, sovvenzionano le spedizioni perché è una forma di soft power, come accade da sempre con lo sport. Piantare la propria bandiera in vetta significa avere più potere sullo scacchiere internazionale.

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Le pagine di Ellsowrth, che hanno un afflato wagneriano, sono storie esemplari di pionieri a loro insaputa, sono un romanzo di romanzi d’avventura, uno nell’altro come scatole cinesi in cui la natura è padrona: «Nelle nostre sfinenti ascensioni e innumerevoli nottate in tenda - scriveva nel 1931 il tedesco Paul Bauer (1896-1990), salendo verso il Kangchenjunga -, avevamo estorto alla Natura i suoi segreti più intimi e imparato a dominare la montagna con ogni condizione, con il vento e la bufera, la neve e l’oscurità». Ma sono gli uomini a fare la storia, le storie, come ricorda Frank Smythe dalla spedizione del 1933 verso il tetto del mondo: «Gli ultimi 300 metri dell’Everest non si scalano solo con i muscoli e il sangue. Chiunque raggiunga la cima, se lo fa senza aiuti artificiali, potrà ergersi come un dio sopra la propria fragilità».

Alla conquista degli 8mila

Sono 14 le cime oltre gli 8mila metri disseminate fra Cina, India e Pakistan: le spedizioni si susseguono con la presenza irrinunciabile di sherpa e balti, gruppi etnici tibetani avvezzi alla fatica e all’altitudine, e si dibatte su come preparare le missioni. Si va verso un less is more: al contrario delle ingombranti spedizioni himalayane con i loro complessi problemi di trasporto si pone l’enfasi sulla leggerezza dell’equipaggiamento e sulla mobilità dell’organizzazione. Poi, però, il confronto è con la durezza di seracchi, campi tendati distrutti, bufere, canaloni infiniti, guglie di ghiaccio, un numero di fiammiferi sufficienti a garantirsi la sopravvivenza: «di notte - scriveva Arthur B. Emmons (1899-1999) dall’ascesa verso il Minya Konha durante la quale perse le dita - venivamo svegliati dal rimbombo e dal ruggito delle valanghe, che cadevano tuonando come treni espresso su ponti di ferro. A volte, prima di spegnersi in un brontolio lontano, il frastuono continuava per diversi minuti». A tanto spavento corrisponde anche tanta bellezza, come ricorda Eric Shipton (1907-1977) «tutto a un tratto le montagne alzarono la gonna e le nubi si dissolsero. I cinque uomini fissarono a bocca aperta la magnificenza selvaggia tutto intorno a loro. Il Nanda Devi pareva fluttuare staccato dalla terra. Poi seguirono uno alla volta i giganti bianchi delle catene senza nome più a nord, finché ci sembrò che davanti a noi, bagnato dallo splendore del sole morente, si parasse l’intero reame delle montagne».

Le spedizioni e gli scalatori solitari

Le spedizioni si susseguono, ricchi mecenati mettono denari ed energie, le aziende tessili progettano nuovi materiali, i giornali mandano inviati al seguito e non mancano gli avventurieri. Maurice Wilson (1898-1934), uscito vivo dalle trincee della Grande guerra e da una malattia letale, pianifica un’impresa in solitaria. La sua idea è di atterrare a 4mila metri di quota e da lì ascendere verso l’Everest. Parte da Londra con il suo biplano il 21 maggio 1933 ma il peso del velivolo lo obbliga a fare tappe brevi e più sicure. Inizia un periplo di 8mila chilometri, da Londra a Marsiglia, alla Sicilia, a Tunisi al Cairo, per sorvolare la Persia e arrivare in India dove però gli sequestrano il biplano. Non gli restano che le gambe. Arriva, travestito da monaco tibetano con gli scarponi chiodati a Darjeeling, riesce a raggiungere i 5mila metri di quota ma bianco accecante e foreste di ghiaccio lo inghiottono. Il suo corpo sarà ritrovato un anno dopo.

Sulla cima del mondo

Tra fallimenti (tanti) e successi (pochini, anche se esaltanti), la corsa himalayana non si ferma. Poi, finalmente la sera prima dell’incoronazione di Elisabetta II sul trono britannico, arriva a Londra la notizia tanto attesa: il 29 maggio 1953 due uomini, Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay (nella foto che apre questo articolo), hanno raggiunto la vetta dell’Everest: «erano le 11,30 del mattino, splendeva il sole e il cielo era del blu più intenso che avessi mai visto». E, data la sacralità di quella vetta, non chiamiamola più Everest: un nome, osservava un articolo del tempo del «Peking People’s Daily», che onora «un amministratore coloniale e imperialista», meglio scegliere Chomolungma, che in tibetano significa «madre dell’universo».

Lo sherpa, in cima, brandisce la picozza, alla quale sono attaccate quattro bandiere frustate dal vento, dall’alto verso il basso, quella delle Nazioni Unite, della Gran Bretagna, del Nepal e dell’India. Tutti erano lassù in quei tessuti colorati e «fuori non c’era un alito di vento. L’unico rumore - ricordava Tenzing - era quello del nostro respiro». Del respiro di tutti noi che abbiamo un personale Everest, sognando sempre di intravvedere le stelle del Tibet, quei punti brillanti di fuoco elettrico nel blu del cielo.

I conquistatori del cielo. Gli anni ruggenti dell’alpinismo himalayano

Scott Ellsworth

Corbaccio, Milano, pagg. 404, € 26

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