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Sulla demografia non si può ragionare con fini elettorali

Quale il ruolo dell’immigrazione nei processi di sviluppo del nostro Paese nei prossimi decenni? Si tratta di una questione cruciale che però la politica italiana considera scomoda e tende sostanzialmente ad eludere

di Alessandro Rosina

(Melinda Nagy - stock.adobe.com)

3' di lettura

Quale il ruolo dell’immigrazione nei processi di sviluppo del nostro Paese nei prossimi decenni? Si tratta di una questione cruciale che però la politica italiana considera scomoda e tende sostanzialmente ad eludere. Al di là della gestione dell’emergenza e delle preoccupazioni sulla sicurezza, non si trova traccia nel dibattito pubblico di una riflessione evoluta e strategica su come l’immigrazione possa (o meno) contribuire a rafforzare il futuro dell’Italia.

Stimolare i partiti ad affrontare, prima delle prossime elezioni, il tema dell’immigrazione – collocandolo nella prospettiva delle trasformazioni demografiche del nostro Paese e nella logica dello sviluppo sostenibile – è un compito che ASviS si è data assieme a FuturaNetwork. Una delle prime iniziative è stato il webinar dal titolo «Immigrazione e futuro demografico del Paese» organizzato il 20 giugno scorso, occasione per declinare la questione strategica di partenza in una serie di domande aperte concrete: “In quale misura? Con quali criteri di accoglienza? Con quale capacità di integrazione nel tessuto sociale? In quale contesto legislativo? Insomma, con quale politica di medio e lungo termine, al di là delle frequenti polemiche sull’ultimo barcone che arriva dall’Africa?”.

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Per confrontarsi sulle risposte da dare è necessario avere chiare le dinamiche in atto e gli scenari che ne derivano. In particolare, la popolazione prevista a metà secolo può essere utilmente distinta in tre parti. La prima è quella sotto i 28 anni (costituita dalle generazioni non ancora nate) sulla quale l’inversione di tendenza della natalità può positivamente esercitare i suoi effetti. La seconda parte, dai 28 ai 68 anni, copre larga parte della lunga fase della vita attiva. È qui che si verificherà la perdita più rilevante, con entità del tutto inedita rispetto al passato e più accentuata che nel resto d’Europa. Dato che la popolazione in questa fascia è già nata, tutta l’incertezza sulla dimensione della riduzione dipende dai flussi migratori. Secondo le proiezioni proposte dall’Istat, nell’ipotesi di un saldo con l’estero che diventa sempre più esiguo fin quasi ad annullarsi, la perdita sarebbe di circa 8,5 milioni (rispetto all’attuale ammontare di 32,7 milioni). Nell’ipotesi, invece, che il saldo vada ad assestarsi attorno ai 250 mila annui, la riduzione verrebbe limitata a 5,3 milioni. La terza parte è quella di età 69 e oltre, formata da persone che hanno di fatto concluso la propria fase lavorativa, ricevono la pensione e, in molti casi, hanno bisogno di assistenza sanitaria. Questa componente è destinata ad aumentare di circa 5 milioni (quasi il 30% in più nel 2050 rispetto alla situazione attuale).

Proviamo a immaginare come sarebbe l’Italia di oggi se oltre gli attuali anziani ve ne fossero circa 5 milioni in più e, allo stesso tempo, togliessimo non meno di altrettante persone nelle età in cui si contribuisce alla crescita economica, all’innovazione, al funzionamento del sistema di welfare. Dobbiamo, allora, essere consapevoli che l’unico vantaggio che abbiamo è il tempo e che l’unica risposta per non peggiorare definitivamente le prospettive del nostro Paese dipende dalle soluzioni che iniziamo ad adottare da oggi, sia sul versante del contenimento degli squilibri tra generazioni che su quello della loro gestione più efficace.

Ma questo non avviene meccanicamente e tantomeno con esiti scontati. Serve allora un’azione sistemica della politica, che consenta a tutti gli ingranaggi di integrarsi positivamente e girare nella direzione giusta. Se da un lato, l’immigrazione è un fattore rilevante per rispondere agli squilibri demografici e rafforzare le capacità di sviluppo del Paese, d’altro lato non è possibile un’attrazione di qualità senza sviluppo economico e possibilità di integrazione lavorativa e sociale.

Inoltre, sia lo sviluppo economico, che l’integrazione lavorativa e sociale degli immigrati, rimangono deboli se non migliorano nel contestualmente anche le prospettive di occupazione giovanile e femminile in generale. Ciò che oggi non funziona nella transizione scuola-lavoro, penalizza anche (spesso ancor più) i giovani stranieri. Analogamente le carenze degli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, vincolano al ribasso la partecipazione femminile al mercato del lavoro sia delle donne autoctone che delle immigrate.

Per tutto questo serve una politica vera e seria, che non metta le questioni centrali del Paese in secondo piano rispetto alle preoccupazioni del consenso elettorale.

In carenza di una tale politica non resterà che rassegnarsi a sempre maggiori squilibri demografici, minor sviluppo sostenibile, minore immigrazione di qualità, ma anche sempre meno giovani che nasceranno in Italia e che decideranno di rimanervi.

@AleRosina68

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