MODA E SOSTENIBILITÀ

Tre punti fermi per rafforzare il fashion pact

di Claudio Marenzi


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(Ap)

3' di lettura

Il Fashion Pact ha avuto il merito di riportare all’attenzione il ruolo che la moda e il lusso possono e devono rivestire all’interno dei grandi temi umani.

Certamente il merito dovrà essere però, e ce lo auguriamo, anche quello di generare risposte ed effetti reali, oltre che efficaci, e non quello di restare l’ennesima dichiarazione di intenti mediaticamente rilevante ma incapace di andare oltre, nel tempo e nei risultati. Troppo spesso abbiamo visto, anche nel nostro settore, svariate iniziative che nel concreto non hanno generato nulla oltre a un buon intrattenimento estemporaneo, se non addirittura far passare per sostenibili attività che di fatto non lo sono affatto.

La sostenibilità non deve restare una parola, una scusa o, peggio, una occasione per fare green washing. Cambiamo il modo di agire. Facciamo in modo che venga implementata su larga scala. Soprattutto, facciamo in modo che almeno la parola venga percepita con l’annesso concetto e mondo che racchiude.

Il Fashion Pact deve funzionare consapevoli e senza farci illusioni che questo sia un percorso semplice, almeno per tre ordini di ragioni.

Il primo: la sostenibilità ha un costo economico, e ciascuna impresa deve esserne ben conscia. E deve esserne ben conscio il consumatore finale che va istruito, educato ed erudito su cosa comporta il processo per essere sostenibili, perché, per forza e in misure differenti, egli stesso sarà parte dell’iter di ripartizione dei costi green.

Aziende e consumatori devono conoscere come si arriva alla sostituzione di materiali, allo sviluppo e all’implementazione di processi produttivi più compatibili con l’ambiente, e del perché questi incidono in maniera rilevante sulla marginalità di un prodotto. Ovviamente, starà poi alla singola impresa decidere quale politica di pricing adottare e se assorbire in toto o in parte questi costi maggiori.

Il secondo: la necessità di una collaborazione sempre più stretta tra tutti gli attori della filiera. Un prodotto come quelli realizzati dalle nostre imprese ha una dimensione aspirazionale e iconica di forte valenza, che nasce dalla capacità e dal mix di competenze di tutti gli attori coinvolti nel processo, da quelli creativi a quelli industriali e produttivi. Da sempre l’Italia ha mostrato grande attenzione ai temi ambientali: abbiamo una delle legislazioni più avanzate al mondo e molte imprese attuano comportamenti virtuosi; ne è testimonianza il numero di B Corp italiane, che è quello che cresce di più al mondo. L’Italia ha una filiera unica, integrata da monte a valle, che può fare la differenza in un’ottica di partnership dato che - tra le altre - molte delle aziende firmatarie del Fashion Pact sono italiane o producono nel nostro Paese.

Il terzo: l’armonizzazione e il rispetto delle regole, degli standard e dei capitolati di acquisto a livello globale. Diventa inutile fare uno sforzo collettivo in questa parte del mondo se poi le best practice di tutela ambientale vengono sistematicamente ignorate in altre aree geografiche di produzione, dove si privilegia ancora un vantaggio competitivo di costo e non di sostenibilità. È un preciso compito dei committenti occidentali controllare e pretendere il rispetto degli standard. La mancanza di assunzione di responsabilità da parte dei committenti può generare un impatto dannoso sia per le virtuose aziende industriali italiane, che si troverebbero a competere ad armi impari sul costo di produzione, sia per il sistema Paese che rischia di veder scomparire pezzi importanti della propria industria.

Solo tenendo bene a mente questi tre punti, vincolandoli a un patto il Fashion Pact può acquistare un significato concreto e rappresentare il necessario cambiamento che tutti auspichiamo. Coesione e coalizione sono le parole e le azioni di oggi, quelle imprescindibili per il futuro. Il Planet B non esiste.

*Presidente di Confindustria Moda e di Herno

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