svolta a istanbul

Turchia, il miracolo economico sfuggito dalle mani di Erdogan

di Roberto Bongiorni


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3' di lettura

«Chi conquista Istanbul, conquista la Turchia. Chi perde Istanbul, perde la Turchia». Durante la campagna elettorale di marzo, in cui si era speso in prima persona, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan amava ripetere questo slogan. Alla fine Istanbul l’ha persa.Il suo candidato, l’ex premier Binali Yildirim, ha ammesso la sconfitta poche ore dopo la chiusura dei seggi. Se il voto di domenica era stato inteso come un referendum sulla popolarità del presidente, il risultato non può che essere uno schiaffo alle ambizioni dell’uomo al potere in Turchia dal lontano 2002.

L’importanza di Istanbul

Poche persone meglio di lui sanno quanto sia strategico controllare questa metropoli di quasi venti milioni di abitanti. Istanbul produce circa un terzo del Pil nazionale, assorbe un quarto di tutti gli investimenti pubblici e dispone di un budget di quasi 9 miliardi di dollari. La città sul Bosforo non è soltanto il luogo dove Erdogan è nato, ma anche dove iniziò la sua scalata al potere, divenendo sindaco nel 1994. Negli ultimi 25 anni il suo partito, l’Akp, non aveva mai perso a Istanbul.

Ci sono voluti un riconteggio delle schede bianche, e poi una seconda elezione dopo un contestatissimo annullamento motivato da presunte “frodi elettorali”, per vedere Ekrem Imamoglu, il giovane candidato dell’opposizione guidata dal partito Chp, affermarsi definitivamente con una larga vittoria (54%).

Le due anime della Turchia

La società turca è tradizionalmente polarizzata. C’è l’anima laica - e urbana -, quella delle grandi città sulla costa (tra cui Smirne, Istanbul) ma anche della capitale Ankara. E quella religiosa, più rurale, delle cittadine dell’Anatolia centrale. Lo zoccolo duro dell’elettorato di Erdogan. Due visioni opposte del mondo. La prima secolare ed europeista, l’altra più chiusa e quasi diffidente verso Europa e Stati Uniti. Dopo oltre 17 anni di dominio dell’Akp, I sostenitori dell’opposizione si sono resi conto che Erdogan non è imbattibile. E ora i partiti anti-governativi potrebbero rinsaldare la loro alleanza in vista di altri traguardi, tra cui le elezioni politiche e presidenziali del 2023. Il partito di Erdogan rischia invece di veder erodere i suoi consensi. Scontento per la crisi economica, il suo elettorato potrebbe dirottare il voto verso nuove realtà. Già circolano voci del tentativo di creare un nuovo partito antagonista all’Akp ideato dall’ex ministro dell’economia, nonchè deputato dell’Akp, Ali Babacan,in cui l’ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, ex compagno di partito di Erdogan sarebbe presidente onorario.

L’ombra di un’altra recessione

Il piatto forte di Erdogan, l’argomento con cui ha fatto breccia nel cuore di molti elettori, è sempre stato il “miracolo economico turco”. È vero. La Turchia si è trasformata in una potenza industriale emergente, milioni di turchi sono usciti dalla povertà (il Pil pro capite è quadruplicato in 10 anni). Ma si è trattato di un boom che non poggiava su solide fondamenta. Dieci anni di una politica economica il cui asse portante era fatto di crediti governativi agevolati per le imprese, altrettanto generosi prestiti alle famiglie per stimolare i consumi interni, e la realizzazione di grandi opere infrastrutturali, non tutte redditizie, hanno portato a un surriscaldamento dell’economia.

È indubbio che la crescita sia stata sorprendente:dal 2002 al 2017 il Pil è più che triplicato passando da 238 a 851 miliardi di dollari (+7,4% solo nel 2017). Ma i nodi sono venuti al pettine. E nel 2018,puntale, è arrivata la crisi. Con una svalutazione della lira superiore al 30% nei confronti del dollaro, e il Paese caduto in recessione gli ultimi due trimestri del 2018. Il giovane ministro delle Finanze, Berat Albayrak, genero di Erdogan, ha cercato di correre ai ripari con una serie di stimoli governativi nel periodo della campagna elettorale. La ripresa c’è stata (+1,3% nel 1°trimestre). Ma gli analisti sono convinti che la Turchia rischia di ricadere a fine anno in una nuova recessione.

Le stime dell’Fmi indicano una contrazione, nel 2019, del 2,54 per cento. D’altronde gli indicatori economici non creano molte illusioni. La disoccupazione è ancora alta, quella ufficiale al 14%, mentre l’inflazione, caduta a fine 2018 ai massimi dal 2003, resta ancora la vera emergenza. La ripresa dell’economia stimata per i prossimi anni (+2,5% nel 2020, +3% nel 2020 e nel 2021) appare inadeguata ad assorbire la mole di nuova forza lavoro turca che ogni anno si affaccia sul mercato interno. La ricetta di Erdogan - la crescita a tutti i costi - è sempre stata la stessa. Ma ora le cose potrebbero cambiare. In questo contesto non si può escludere che anche la dispensiosa politica estera portata avanti dal “sultano Erdogan”, deciso a riportare la Turchia al ruolo di potenza regionale dell’intero Medio Oriente, venga in parte ridimensionata.

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