SFIDE ESTREME

Ultracyclism, in mountain bike fino al campo base dell'Everest

Attraversare la catena montuosa dell'Himalaya, in pieno inverno, facendo 1.300 chilometri, con un dislivello di 40.000 metri. L'avventura di Omar Di Felice.

di Camilla Colombo

Un'ultracyclist tra neve e ghiaccio.

3' di lettura

Una traversata dell'Himalaya, in pieno inverno, in mountain bike, lunga 1.300 chilometri e con un dislivello di 40.000 metri totali. Sembra un'impresa quasi impossibile, eppure per Omar Di Felice, ultracyclist di Roma, che il prossimo 15 febbraio intraprenderà questa sfida sul versante nepalese della catena montuosa più alta del mondo, si tratta solo di un'altra avventura invernale, dopo quella compiuta lo scorso anno nel deserto del Gobi, in Mongolia. «Durante la stagione fredda, mi pongo sempre un obiettivo personale da raggiungere, in un Paese con un clima estremo, che poi lego a una sfida sportiva da compiere, come in questo caso, l'attraversamento dell'Himalaya», mi racconta Di Felice, a pochi giorni dalla partenza per il Nepal. «Il punto d'arrivo sarà il campo base dell'Everest che ha un valore altamente simbolico, in quanto rappresenta il limite che tutti noi cerchiamo di superare».

Ultracyclist romano Omar Di Felice.

Il percorso che compirà Di Felice, in circa tre settimane, comprende l'attraversamento di valichi a oltre 5.000 metri di altitudine e il passaggio di alcuni settori con i ramponi e la bicicletta in spalla, perché esposti e ricoperti di ghiaccio. La sfida più grande sarà l'acclimatamento ad alta quota – pedalare a 4.000 metri non è una pratica comune per un europeo – ma è la diretta conseguenza della scelta compiuta dall'ultracyclist romano. «Dopo aver realizzato un'impresa nella massima orizzontalità – il deserto lo scorso anno – ho deciso di puntare alla massima verticalità, quindi la montagna e la scalata».

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Ma cos'è esattamente l'ultracycling? È una categoria degli sport estremi che supera gli standard tradizionali del ciclismo e verte su prove estreme dai 300 km in su, su tragitti di lunga durata (12-24-48 ore) o di lunghissima percorrenza, 1000 km e più. Si può praticare in solitaria – come Di Felice ha fatto nel deserto del Gobi e farà sull'Himalaya – o con un supporto al seguito che permette di viaggiare più leggeri e dedicarsi meglio alla performance, sfogando l'agonismo nelle gare con altri ciclisti e senza doversi preoccupare troppo di fare attenzione all'usura degli pneumatici. «Quando sono da solo, invece, devo organizzare tutto, i ricambi, le borse, l'attrezzatura. Pedalare non è più l'unica cosa a cui pensare, ma un elemento che compone un quadro più ampio, come il montare la tenda, trovare cibo e acqua e valutare attentamente la qualità e la durata degli pneumatici perché devo poter arrivare alla fine del viaggio con ancora del battistrada. È un'esperienza più intima, che mette a contatto con la parte spirituale di se stessi».

Sfide estreme.

Più che una sfida con gli altri, quindi, l'ultracyclism può diventare una competizione con se stessi. Di Felice, che da bambino ha praticato il ciclismo tradizionale, è stato iscritto a una squadra giovanile, ha fatto delle gare, più un anno di professionismo, dopo la laurea ha scoperto che la bicicletta era una passione, non solo uno sport agonistico, e la sua vocazione, le ultra distanze. Da lì, l'avvio a una serie di esperienze e di sfide che hanno trasformato questa passione in un mestiere a tutti gli effetti.

Il supporto tecnico degli pneumatici, che dovranno essere in grado di garantire aderenza, affidabilità e resistenza a temperature anche 20 gradi sotto lo zero e con il terreno sterrato ricoperto di neve e ghiaccio, è fornito da Continental, di cui Omar Di Felice è brand ambassador. Il rapporto con lo storico produttore internazionale non si limita al miglior materiale da poter usare su strada od off-road, ma investe una sfera molto più ampia: la sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale. «Questa partnership mi rispecchia perché Continental realizza prodotti e sistemi di sicurezza per tutti coloro che si muovono su strada: ciclisti, automobilisti, lavoratori su gomma e motociclisti. Non credo che la soluzione agli incidenti sia una radicale e improvvisa eliminazione del traffico, così che tutti poi si possano muovere in bicicletta. Certo dobbiamo tendere a un miglioramento della mobilità, ma la tipologia di utenti in strada è varia e numerosa. Il concetto di sicurezza stradale per me è strettamente legato a quello di tolleranza e rispetto reciproco. Per questo affrontare il tema da tutti i punti di vista, da tutti gli utenti della strada, mi sembra la scelta vincente».

Il monte Everest.

A giugno Di Felice farà un tour, in collaborazione con Continental, che si snoderà per la Penisola, per sensibilizzare sulla sicurezza del ciclista e su come si deve comportare in strada, affinché il viaggio, l'avventura, siano un'esperienza piacevole e quanto più sicura possibile, considerate le condizioni delle strade italiane. Un elemento fondamentale, d'altronde, è la scelta dello pneumatico. «Spesso si vedono ciclisti amatori, con biciclette da migliaia di euro, ma senza gli adeguati pneumatici o poco attenti alla loro usura. Fare cultura, prevenzione, informazione può evitare alcuni incidenti che accadono per incuria o per scarsa conoscenza del tema».

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