Bussola & Timone

Un accordo globale per mettere in circolo la liquidità del Qe

di Giovanni Tria

(Yingyaipumi - stock.adobe.com)

4' di lettura

Nella ripresa economica che, con forza differenziata, è in atto nelle principali economie, si aggira un convitato di pietra: l’inflazione. Governi, uomini di finanza, imprenditori e famiglie, oltre che ovviamente i banchieri centrali, si interrogano sull’inflazione, compulsando dati aggiornati per capire se c’è, se è temporanea o si affermerà in modo consistente, e quali possono essere le conseguenze. Ciò condiziona le strategie di uscita dalle politiche monetarie e di bilancio ultra espansive da parte di governi e banche centrali, così come le scelte di investimento e consumo.

Forse si dovrebbe partire da ciò che ha scritto Lord Skidelsky, storico dell’economia britannico e biografo di Keynes, in un recente articolo (Project Syndicate, 15 settembre). In estrema sintesi egli ci ricorda che esistono due tipi di inflazione, anche se non si esprime in questi termini: l’inflazione che riguarda i prezzi della ricchezza, mobiliare e immobiliare, cioè i prezzi dello stock esistente di titoli finanziari e delle case; e l’inflazione, quella che si definisce comunemente tale, che riguarda i prezzi dei beni e servizi prodotti. Quindi c’è un motivo per cui quasi un decennio di quantitative easing non ha avuto effetti sull’inflazione, nel senso ordinario di crescita dei prezzi al consumo e alla produzione, e scarsi effetti sul trend di crescita delle economie.

Loading...

Il motivo è che in periodi di recessione o bassa crescita la moneta tende a essere conservata e utilizzata per acquistare ricchezza esistente a scopo di tesaurizzazione e di ricerca di guadagni che derivano proprio dalla crescita dei prezzi finanziari o immobiliari conseguenti a questi comportamenti. Da ciò nasce la domanda di moneta a scopi speculativi di cui parlava Keynes, che poi può generare bolle finanziarie e conseguenti pericoli di improvvisi sgonfiamenti dei valori di queste ricchezze. In estrema semplificazione, questa è una descrizione di un fenomeno esploso con la pandemia, ma preesistente a essa, di eccesso di liquidità, eccesso di debiti, bassa inflazione e bassa crescita. L’obiettivo di policy dell’articolo di Skidelsky è l’affermazione, strettamente keynesiana, che non basta immettere moneta nel sistema in periodi di depressione economica perché questa rimane nel circuito finanziario e non entra nel circuito industriale e che, quindi, i governi devono spendere direttamente la moneta messa a disposizione, tramite la politica di bilancio con l’obiettivo di riportare la moneta nel circuito industriale.

In effetti, tutti i grandi Paesi hanno oggi attivato fortemente la politica di bilancio e nei prossimi anni ci si aspetta un forte contributo dei governi (americano, cinese ed europei) nel riportare direttamente la moneta nel circuito industriale. Ma c’è un problema, anzi due. Per far questo, i governi hanno bisogno di altra moneta ed è necessario che anche dal settore privato, imprese e famiglie, la moneta rifluisca gradualmente verso il circuito industriale. Il primo problema è che questo spostamento può deflazionare troppo bruscamente i prezzi della ricchezza, con pericolo di crisi finanziaria e dei debiti, e al tempo stesso creare inflazione nei prezzi dei prodotti sotto pressione di domanda o strozzature di offerta.

Il timore è che si produca la tempesta perfetta, perché se le autorità monetarie si spaventano e cercano di bloccare l’inflazione alla produzione e al consumo, magari agendo in anticipo sulle aspettative, l’impatto sui tassi di interesse potrebbe acuire il contraccolpo nei mercati e rallentare la crescita. Se non lo fanno, il rischio di inflazione non è eliminato e, con esso, i timori della finanza. Molto dipende dai tempi di risveglio della domanda di beni e servizi, e dai tempi dell’adeguamento dell’offerta.

Il transito della moneta imprigionata nel circuito finanziario a quello industriale richiede tempi e passaggi complessi per non creare sconquassi, così come il riaggiustamento conseguente tra i prezzi che si formano nei due circuiti. Forse è il momento che la politica monetaria e di bilancio sia aiutata dalla politica industriale e commerciale, intesa come politica che agisce nello sbloccare l’offerta di beni e servizi e la loro commercializzazione nel mondo. Qui sorge il secondo problema: il mercato monetario e il mercato dei beni e servizi sono globalizzati. Il primo è governato da singole banche centrali indipendenti, non sempre coordinate tra di loro, il secondo da catene produttive globali che oggi hanno una certa propensione a incepparsi, anche per il continuare della pandemia, e rispondono a stimoli di domanda e politiche industriali e commerciali nazionali, anch’esse poco coordinate o non coordinate affatto, quando non in conflitto, se si considerano i principali attori, come Usa, Cina e Ue. Il passaggio da inflazione temporanea a inflazione vera e propria, più difficile da estirpare, è breve e dipende molto dall’incancrenirsi dei fattori che oggi determinano la prima, e cioè, per ora, essenzialmente le strozzature di offerta che devono essere anch’esse governate.

Questi sono gli elementi che dovrebbero spingere tutti i Paesi a sedersi intorno a un tavolo per una rafforzata collaborazione internazionale allo scopo di non far saltare il processo di riattivazione del “circuito industriale” in cui far confluire la moneta, scopo che, a ben vedere, è nell’interesse di tutte le grandi economie citate.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti