Editoriali

Un nuovo capitolo della sfida sovranista

di Sergio Fabbrini

(NurPhoto)

4' di lettura

A Bruxelles non sono mancate le scintille. Giovedì e venerdì scorsi si è tenuto il Consiglio europeo dei capi di governo dei 27 stati membri dell’Unione europea (Ue). Discussione accanita, conclusasi senza alcuna decisione. I più importanti dossiers hanno registrato divergenze profonde tra i capi di governi. In particolare, questi ultimi si sono divisi sulla questione della rule of law in Polonia, anche se di tale discussione non c’è traccia nelle Conclusioni della riunione. I problemi che non si è capaci di affrontare vengono spazzati sotto il tappeto, sperando che si risolvano da soli. Ma così non sarà. La divisione sullo stato di diritto, tra sovranisti ed europeisti, è ormai permanente. Qualche giorno prima, il premier polacco Mateusz Morawiecki aveva giustificato le scelte del Tribunale costituzionale del suo Paese, di fronte al Parlamento europeo, rivendicando la supremazia della costituzione nazionale sui Trattati europei.

La risposta del Parlamento europeo è stata immediata. Con il sostegno di una larghissima maggioranza (su 705 membri, 502 hanno votato a favore e 153 contro), esso ha approvato una Risoluzione in cui si afferma «che il Tribunale costituzionale polacco è una camera illegale» e che «i fondi dei contribuenti europei non dovranno essere dati ad un governo che sta demolendo i fondamentali valori dell’Ue». È possibile uscire dallo scontro?

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Cominciamo dal versante sovranista. Prima in una lettera ufficiale alle istituzioni dell’Ue del 18 ottobre e poi nel discorso tenuto di fronte al Parlamento europeo il 19 ottobre, il premier polacco Mateusz Morawiecki ha esplicitato in modo netto la posizione del suo governo sulla rule of law. Per il governo polacco, gli stati sono «i signori dei Trattati» e spetta solamente ad essi «definire la portata delle competenze affidate all’Ue». La Corte di giustizia dell’Ue (CGUE) non può stabilire come gli stati debbano organizzare la loro rule of law in quanto (Art.4 del Trattato sull’Unione Europea) «l’Unione rispetta l’identità nazionale (degli stati membri) insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale». Per il premier polacco, l’avversario da contrastare è la CGUE, considerata lo strumento per standardizzare i sistemi costituzionali degli stati membri, quasi fossero “province” di uno stato nazionale. Certamente, viene riconosciuto il potere delle istituzioni europee di agire nelle materie ad esse delegate dagli stati membri, ma a condizione che rimangano all’interno della delega ricevuta. Poiché l’Ue è un’organizzazione internazionale, «un’alleanza economica, politica e sociale», dice Morawiecki, non vi è ragione di uscire da essa. La posizione polacca non è difendibile. L’Ue è più che un’organizzazione internazionale. È una organizzazione sovranazionale (seppure ibrida) che sta in piedi fino a quando i suoi stati membri condividono gli stessi principi legali e assetti costituzionali. Nessuna tradizione costituzionale nazionale potrebbe giustificare, come è avvenuto in Polonia, l’introduzione di un Consiglio legale (di nomina politica) che disciplini i comportamenti del Tribunale costituzionale (anch’esso condizionato dalla politica). Senza l’indipendenza della magistratura, ha osservato l’Economist del 16 ottobre, «le altre corti nazionali non avrebbero fiducia dei loro pari polacchi», creando così «un effetto domino che farebbe crollare il sistema legale dell’Ue. Un mandato da arresto qui non verrebbe onorato là, una licenza bancaria garantita in un Paese potrebbe non essere onorato in un altro». I sovranisti dovrebbero riconoscere i vantaggi di un sovra-nazionalismo che limita la sovranità degli stati.

Vediamo ora il versante europeista. Di fronte alle scelte polacche (condivise da buona parte dei Paesi dell’est oltre che dai sovranisti dell’ovest), gli europeisti hanno oscillato tra il buon senso merkeliano (dialogare con i polacchi) e il muro contro muro dei Paesi del Benelux (i polacchi debbono uscire dall’Ue). Strategie entrambe insoddisfacenti. Gli europeisti dovrebbero piuttosto mutare i termini del confronto, cominciando da una riflessione critica sulla logica integrativa da essi sostenuta. Quella logica, ispirata dal pensiero funzionalista di Jean Monnet, ha alimentato un processo integrativo in continua espansione, indefinito come la finalità («un’unione sempre più stretta») che dovrebbe raggiungere. Per il funzionalismo europeista, l’unità europea si forma passando da una crisi all’altra, dalla soluzione di un problema a quella di un altro. Per i suoi sostenitori (in larga maggioranza a Bruxelles), quella logica rafforza le istituzioni sovranazionali (la Commissione, in particolare) in quanto sono le uniche che possono risolvere problemi complessi. Tuttavia, per quanto i Trattati celebrino il principio di sussidiarietà (il livello più alto dovrebbe intervenire solamente quando il livello più basso non è in grado di risolvere un problema), la logica integrativa non ha rispettato quel principio. In assenza di guidelines costituzionali, l’Ue ha accentrato ciò che non era necessario accentrare (le low policies), mentre ha decentrato ciò che sarebbe stato necessario accentrare (le high policies). Gli europeisti dovrebbero riconoscere i limiti di un sovra-nazionalismo incapace di auto-limitarsi.

In conclusione, invece di spazzare il problema della rule of law sotto il tappeto, sarebbe meglio affrontarlo alla luce di un dibattito costituzionale. I sovranisti dovrebbero prendere atto che l’Ue non è un’organizzazione internazionale, gli europeisti che l’Ue non può essere un processo in continua espansione. Tra le due visioni, c’è un continente da esplorare.

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