sbagliando si impara

Una lezione imparata dal tennis: nella formazione serve (molto) la teoria

L’osservazione, oltre alla pratica, consente di scorgere le relazioni di causa-effetto tra le cose e di arricchire la nostra prospettiva sul mondo

di Gianluca Rizzi *

(REUTERS)

3' di lettura

Tutti quanti noi abbiamo bene a mente le grandi imprese sportive realizzate in quest’epoca da tennisti come Federer e Nadal. E ci si riferisce spesso a questi campioni annoverandoli di già tra le leggende di questo sport. Pochi invece sanno che esattamente un secolo fa un altro grande campione calcava i campi realizzando imprese sportive che non hanno nulla da invidiare a quelle dei nostri contemporanei. William Tatem Tilden II, detto anche Big Bill non solo per i suoi meriti sportivi ma anche per la sua altezza, ben 188 centimetri, ha conquistato ben 19 titoli Slam, ad oggi uno solo in meno dei due tennisti sopra citati.

Contemporaneo di Fred Perry e René Lacoste, fu un personaggio eccentrico e stravagante, spesso sulle prime pagine dei giornali sono solo per i suoi meriti sportivi ma anche per uno stile di vita diremmo oggi da rockstar, visto che era ben integrato nel jet set dell’epoca (era amico di Greta Garbo, Charlie Chaplin, Spencer Tracy e molti altri). Era anche un grande appassionato di cinema e teatro e si cimentò, sebbene senza grande successo, nella scrittura di sceneggiature e romanzi.

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Ma la cosa che forse più colpisce è che fu anche un vero e proprio teorico del tennis, a cui si dedicò non solo nel gioco sul campo ma anche nello studio, visto che scrisse circa trenta manuali. I temi trattati? La tecnica, i fondamentali, le strategie, il gioco sulle diverse superfici, la psicologia, la didattica. Ma in fondo, chi si è mai sognato di imparare un gioco come il tennis limitandosi alla lettura, senza mai impugnare una racchetta?Immagino nessuno! L'obiezione ragionevole e condivisibile sosterrebbe che senza pratica non c'è modo di evolvere. Eppure sono pronto a sostenere che anche senza un po' di teoria il progresso nel gioco rischia di essere molto limitato.

Chi scrive, ad esempio, ha iniziato a dedicarsi al tennis in tarda età e può vantare delle abilità sufficienti per un livello amatoriale del gioco. Cionondimeno, questo non mi ha tolto la voglia di imparare e ho iniziato a prendere qualche lezione. È sorprendente come i progressi nella conoscenza del gioco non siano venuti solo sul campo, ma anche attraverso la lettura di alcuni testi scritti da Big Bill. Un aspetto del gioco che ad esempio ignoravo è rappresentato dalle percentuali di vincenti ed errori in una partita, ovvero i punti procurati tramite un proprio colpo oppure grazie a un errore dell’avversario.

Citando testualmente Big Bill: “Circa l’85% dei punti nel tennis sono dovuti a errori, mentre i restanti sono punti vincenti. Al crescere del livello dei giocatori la percentuale degli errori diminuisce: nei tornei più importanti gli errori si riducono al 60% e i colpi vincenti aumentano sino a raggiungere il 40%. Qualsiasi percentuale superiore a questa significa che siamo di fronte a un super-tennis.”

Ho letto questo libro durante l’estate scorsa. E non ho toccato racchetta per diverse settimane. Da quando ho ripreso a giocare a settembre, non posso certo affermare di essere nel frattempo migliorato, ma questo spunto “teorico” mi ha aperto un mondo sull’impostazione del gioco e di fatto ho cominciato a prestare molta più attenzione all’equilibrio tra l’impegno dedicato a cercare i vincenti e quello, più importante evidentemente, dedicato a indurre l’avversario in errore.

Morale della favola: la teoria mi è stata utile per essere più efficace nella pratica.Qualcuno dei lettori si starà chiedendo: ma, esattamente, con questo preambolo, dove si vuole arrivare? Il mio mestiere è quello del formatore nelle aziende, con un focus sulle cosiddette soft skills, ovvero quelle competenze che riguardano il modo in cui le persone lavorano e si relazionano con gli altri. La richiesta, legittima e comprensibilissima, dei miei committenti è: “Sii pratico, mi raccomando! Poco spazio alla teoria!”

D’altra parte, penso però che senza un po’ di sana “teoria” faremmo fatica ad evolvere. Ancora una volta, come mio solito, scomodo l’etimologia delle parole. La parola teoria ha a che vedere con l’osservazione, che non è meno importante perché consente di scorgere le relazioni di causa-effetto tra le cose e di arricchire la nostra prospettiva sul mondo. La pratica poi (etimologicamente parlando, altro non è che l'esercizio) ci consente di sperimentare in prima persona gli effetti delle conoscenze “teoriche” apprese.

Questa mia riflessione non è un'apologia della teoria ma un invito a considerare il grande valore che c'è nelle discipline sociologiche, psicologiche e organizzative a cui noi formatori facciamo riferimento e che ci prendiamo l'impegno di divulgare. Sempre a noi poi sta la responsabilità e la capacità di motivare alla pratica i nostri “discenti”. Il leggendario Big Bill ha saputo tenere assieme la teoria e la pratica del tennis con una maestria che rimane tuttora ineguagliabile.

* Partner di Newton S.p.A.

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