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«Una pezza di Lundini» spiegata con le fave (da Lundini)

Il caso Tv dell’anno secondo il comico da cui prende nome e i suoi compagni di viaggio Fanelli e Benincasa: «Noi esplosi grazie alla Rai. Ma anche nonostante»

di Francesco Prisco

Da sinistra Valerio Lundini, Giovanni Benincasa ed Emanuela Fanelli, protagonisti di «Una pezza di Lundini» e ospiti al Giffoni Film Festival (ph Carla Celentano)

4' di lettura

Il programma televisivo dell’anno spiegato con le fave. «Mettiamo che tu voglia aprire la puntata con una fava in mano. È perfettamente inutile che tu vada a chiedere: posso aprire la puntata con la fava in mano? La risposta già la sai: sarà un no. Quello che devi fare è esattamente cominciare la puntata con la fava in mano. È quello che abbiamo fatto noi. E ci hanno mandati in onda». Ed è successo quello che è successo: Una pezza di Lundini è senza dubbio il fenomeno televisivo dell’anno, almeno per quanto riguarda la comicità. La metafora leguminosa appartiene a Valerio Lundini, il comico da cui il programma - in onda per due stagioni in seconda serata su Rai 2 - prende nome.

È ospite al Giffoni Film Festival assieme a Emanuela Fanelli, sua indolente co-conduttrice, e a Giovanni Benincasa, vecchia volpe di radio e Tv che, in quasi 40 anni di carriera, dopo essersi diviso tra Carràmba! Che sorpresa, Viva Radio 2 e Quelli che il calcio, un anno fa ha tirato fuori dal cilindro pure questo coniglio (o «fava», per restare in metafora). Il bello è che in Rai gli hanno prestato ascolto. E oggi Lundini e Fanelli sono tra gli ospiti più attesi di Giffoni, con i ragazzi della giuria che citano a memoria gag e situazioni della trasmissione, lasciando la serietà fuori dalla porta. E mica solo i ragazzi della giuria.

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Valerio Lundini (ph Carla Celentano)

Lundini, il suo è il programma più importante della tv italiana degli ultimi cinquant’anni. Le scoccia che sia tutto merito della Fanelli?
«Mannò, io so’ contento. Mi basta stare in mezzo, accanto a un’attrice così grande. La cosa che non capisco è: perché poi la nostra deve essere la trasmissione più importante soltanto degli ultimi 50 anni? Che ci avranno avuto poi di tanto meglio da guardare nei precedenti 50 anni?»

Fanelli, a lei invece quanto scoccia che non ci sia il suo nome nel titolo del programma, ma solo quello di Lundini?
«Nun me ne parla’, proprio, guarda... è perché sono una donna. Beh, a voler rispondere seriamente, c’è da dire che ci siamo subito accorti che quel titolo offriva al mio personaggio una straordinaria occasione di risentimento. E il mio personaggio si nutre di risentimento: le situazioni comiche si moltiplicano, con un titolo di quel tipo».

Come avrete notato, è quasi impossibile farvi una domanda seria: chi vi sta di fronte - che sia un giornalista o un giurato del Giffoni Film Festival - è vittima dei vostri personaggi. Non temete alla lunga di rimanere anche voi vittima dei vostri personaggi?
(Lundini) «I nostri personaggi, in fondo, non sono poi così diversi da noi. Se funzionano, al punto tale da confondere chi ci sta di fronte, è probabilmente proprio per questo».

Valerio Lundini ed Emanuela Fanelli sul palco del Giffoni Film Festival (ph Carla Celentano)

Volendo continuare con le domande serie: il comico si usura molto in fretta. Quando eravamo bambini adoravamo i film di Bud Spencer e Terence Hill. Se li fai vedere a un ragazzino di oggi li troverà noiosi, mentre magari apprezzerà i fumetti di Sio o Una pezza di Lundini . In che direzione sta andando la comicità italiana?
(Lundini) «Verissimo il fatto che la comicità si usura. Succede un po’ anche per le arti figurative, mentre non succede con la musica: un pezzo jazz degli anni Trenta, messo oggi, può suonare molto contemporaneo. Pensiamo invece alla comicità politica, la prima a scadere: chi vuoi che la capisca oggi la parodia di un politico di quarant’anni fa. Così come scade la comicità che insiste sui tabù: caduti quei tabù, chi vuoi che rida su quelle battute».

Emanuela Fanelli (Ph Carla Celentano)

Il demenziale, al contrario, sembra un linguaggio molto contemporaneo...
(Lundini) «È così, se non diventa troppo autoreferenziale. Prendi il caso di Nino Frassica, una specie di padre per i comici della mia generazione. La sua è una comicità giocata sull’errore che funzionava negli anni Ottanta e riesce efficacissima oggi. Poi ci sono le eccezioni a questo discorso: Totò, per esempio, è un archetipo per chi fa il nostro mestiere. Lo abbiamo studiato a lungo, per esempio, nella scrittura di 610».

Che ruolo gioca il web in tutto questo processo?
(Fanelli) «Il nostro non è un programma pensato per il web. È clippabile, ha avuto una seconda vita sul web, ma non è nato per quello».
(Lundini) «Dirò di più: trovo noiosi molti comici che si vedono sul web. Ripetitivi, in alcuni casi».

Giovanni Benincasa, autore di «Una pezza di Lundini» (ph Carla Celentano)

Di Una pezza di Lundini si dice che è un programma demenziale, a tratti surreale. La sensazione però è che, infilata in mezzo al nonsense, ci sia la critica sociale: siete stati i primi a eseguire in tv Balletti verdi , usando il beat italiano per parlare di discriminazione Lgbt. I monologhi della Fanelli si portano spesso dietro il tema della discriminazione di genere. Sorprende che in Rai abbiate avuto tanta libertà di manovra... Non è che, in fondo, vi lasciano andare in onda perché non sempre colgono tutti i vostri riferimenti?
(Lundini) «Rispondi tu»
(Fanelli) «No, rispondi tu»
(Lundini) «Rispondi tu. No? Rispondo io... sì, effettivamente...»
(Fanelli) «Effettivamente alcune volte pure noi ci siamo detti: questa non la manderanno mai in onda. E invece no: la hanno mandata in onda».
(Lundini) «Mettiamola così: la cosa che abbiamo capito è che non ha senso chiedere prima il permesso. Tu fai una cosa e la presenti, perché ti convince, perché fa ridere innanzitutto te».
(Fanelli) «Mettiamola così: in Rai si fidavano di Giovanni Benincasa. Fossimo stati solo noi due, ’sti due matti, non ce l’avrebbero mai fatto fare un programma del genere».
(Lundini) «Boh. A me forse sì...»

Insomma: Una pezza di Lundini è stato un successo. Ma grazie alla Rai o nonostante la Rai? La risposta non può che essere di Benincasa: «L’una e l’altra cosa insieme». Nella migliore delle tradizioni della Tv di Stato italiana.

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