Lezioni di vita

Una vita da gregario (di lusso) nel ciclismo degli anni d’oro

Un libro dedicato a Ugo Colombo, corridore che ha rappresentato un modo nuovo di interpretare il ruolo della squadra nell’epoca dei Merckx e dei Gimondi

di Pierangelo Soldavini

4' di lettura

«Bisogna saper quello che si vuole nella vita. S'incomincia tutti a correre con la speranza di diventare dei campioni e, quando ci si accorge che gli altri vanno più forte, bisogna avere il coraggio di scegliere. Io ho scelto, Aiuto, porto borracce, mi do da fare, insomma». Così spiegava a Rino Negri un “gregario di lusso” come Ugo Colombo, nome non molto noto al grande pubblico, ma corridore di primo piano degli anni in cui a vincere erano campioni del calibro di Eddy Merckx, Felice Gimondi, Franco Bitossi, Jacques Anquetil, Roger de Vlaminck, nomi che hanno fatto la storia del ciclismo.

Lui aveva scelto di fare il gregario di Bitossi, in un dualismo fatto di amore e invidia in una squadra gloriosa come la Filotex. È stato lui a scegliere di farlo perché, come l'ha dipinto il suo grande estimatore Gianni Mura era un “hombre vertical”, un campione che non si piegava e non scendeva a compromessi, che ha avuto una sua etica a cui è rimasto sempre fedele. Ed è anche per questo che non ha vinto di più, come avrebbe meritato: perché lui sapeva stare al suo posto.

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Una vita da gregario alla Ugo Colombo

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Eppure Colombo di occasioni per fare il salto di qualità ne ha anche avute. Come quella tappa del Giro d'Italia del 1965, arrivo al passo dello Stelvio, prima “cima Coppi” della storia, quando perse solo a causa di una slavina che invase la strada a cento metri dal traguardo e il compagno di fuga Graziano Battistini che riuscì a infilarsi nella parte meno innevata.

“Un campione alla Ugo Colombo” di Renzo Zannardi, Velar Marna, 32 euro

Come nei Tour de France del '67 e del '68 dove Colombo avrebbe potuto fare meglio in classifica - qualche giornalista azzardò che avrebbe potuto anche vincere – se non avesse rispettato alla lettera le consegne di squadra a favore dei capitani. Nel '71, all'arrivo sul Gran Sasso, fa valere le sue doti di scalatore e a Campo Imperatore veste la maglia rosa, ma la tappa successiva la deve già togliere perché i grandi campioni italiani si alleano con gli stranieri per ricacciarlo nel suo ruolo, quello di gregario: «L'unica volta che ho avuto bisogno della squadra, non l'ho trovata», confessa al cugino Renzo Zannardi che ha raccolto i suoi ricordi in “Un campione alla Ugo Colombo” (Velar Marna, 32 euro).

All'inizio Colombo dimostra una forte ritrosia nell'aprirsi ai ricordi anche di fronte al cugino che l'ha seguito fin dall'inizio, poi il racconto diventa un fiume in piena in un'intervista durata settimane e finita un mese prima della sua morte, nell'ottobre 2019.

Quella del Giro del ’71 è una delle delusioni più amare per lui che ha sempre fatto il gioco di squadra, reinventando e riuscendo a dare nobiltà a quel ruolo di gregario, fondamentale nel ciclismo moderno. Fin dall'inizio si era sentito troppo forte per fare il gregario tradizionale, così ha dato vita a un nuovo modo di interpretare quel ruolo: mezzo gregario classico, mezzo luogotenente, mezzo capitano, mezzo direttore sportivo, mezzo uomo di fiducia, mezzo direttore sportivo, mezzo uomo di fiducia, mezzo tattico.

«Un corridore alla Ugo Colombo», ha sintetizzato Mura che proprio per la sua intelligenza tattica lo utilizzava come fonte per capire cosa era successo in corsa. Qualcosa di più di quel »gregario corridore proletario» dipinto da Gianni Rodari in una filastrocca, «che ai campioni di mestiere deve far da cameriere, e sul piatto, senza gloria, serve loro la vittoria».

Nella Filotex a fine carriera si ritrova un giovanissimo Francesco Moser e se lo mette sotto la sua ala intuendo subito che sarà un campione. Ironia della sorte, quando decide di abbandonare il ciclismo professionista mettendo la sua abilità tattica al servizio di una squadra punta su un altro giovane dal futuro radioso, Beppe Saronni.

Poi però Colombo capisce che quel ciclismo non è più lo stesso in cui era cresciuto e aveva creduto lui: girano sostanze misteriose e metodi sempre più arditi che spingono il limite del proibito sempre più in là.

Decide di lasciare il ciclismo professionista e tornare a fare quello che faceva prima di iniziare a pedalare: così Ugo Colombo da San Giorgio su Legnano torna a fare il panettiere a Pontremoli, in Lunigiana, senza perdere l'abitudine di svegliarsi all'alba, prima di tutti gli altri per dare ai bimbi la gioia di una focaccia calda.

Almeno così ha potuto continuare a giocarsi il suo ruolo di gregario di lusso, di capitano in corsa, senza venire meno ai suoi principi. «Alcune volte mi sembra ancora impossibile! Se penso ai miei sogni, alle mie fantasie da ragazzino, dove speravo di poter correre almeno una corsa con i campioni del grande ciclismo, mi sento un privilegiato e voglio dire ai giovani: ragazzi, sognate! Alcune volte i sogni si avverano».

Proprio per aiutare a realizzare qualcuno di questi sogni in nome di Ugo Colombo, Zannardi ha scelto di sfidare la burocrazia devolvendo i diritti d'autore del libro al progetto “Hombre vertical” dedicato a finanziare e sostenere lo sport genuino e pulito, quello che ogni ragazzo in qualsiasi angolo del mondo ha il diritto di avere a portata di mano.

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