Opinioni

Usa e Taiwan al lavoro per ridimensionare le ambizioni della Cina

Pechino è decisa a prendere Taipei, ma il suo asset più prezioso, l’industria dei chip, sembra inafferrabile

di Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani

(AdobeStock)

3' di lettura

Il summit del G7 ha rinverdito il sodalizio tra le maggiori democrazie (avvizzito durante la presidenza Trump), fissando come primario obiettivo strategico il contenimento delle ipertrofiche ambizioni economiche e geopolitiche cinesi. Asciugatosi l’inchiostro delle firme, un test della ritrovata coesione potrebbero offrirlo le tensioni nello Stretto di Taiwan.

L’ossessione di una superpotenza (con 1,3 miliardi di abitanti) per l’isola (23 milioni di abitanti), autonoma da oltre 70 anni, è inspiegabile razionalmente. Come se il Belgio aspirasse alla riconquista del Lussemburgo. Per di più Taiwan non minaccia la madrepatria, anzi costituisce un rilevante partner economico, tecnologico e commerciale di cui la Cina ha ampiamente beneficiato.

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Eppure il fuoco ideologico che arde nella moderna Città Proibita considera il rifugio dei nazionalisti la piaga non cauterizzata della guerra civile. Taiwan è la controprova urticante del postulato su cui il Partito legittima il suo potere assoluto: senza un autoritarismo brutale, la Cina ripiomberebbe nell’anarchia e nella destituzione, come ai tempi bui dei Signori della Guerra. Taiwan dimostra che una Cina democratica, dove fiorisce l’iniziativa privata nel rispetto dei diritti civili ottiene risultati eccezionali.

Per questo motivo la mistica neo-maoista di Xi Jinping fissa il termine perentorio per la “riunificazione” non oltre il centenario della Repubblica nel 2049. Tuttavia, politici e militari, soprattutto in America, suppongono che Xi voglia cogliere l’obiettivo durante il suo mandato, possibilmente entro questo decennio. In sostanza un’invasione, da ipotesi estrema, è diventata lo scenario base. Si discute se inizierà con un blocco navale, un attacco anfibio a sorpresa, o bombardamenti a tappeto.

A Washington infuria da mesi la disputa sulla reazione da predisporre. Niall Ferguson, storico e capofila dei falchi, avverte: «Perdere – o nemmeno lottare per – Taiwan sarebbe visto in tutta l’Asia come la fine del predominio americano nell’Indo-Pacifico». Quindi a suo avviso, è imperativo strutturare un forte deterrente militare, supportato da incrollabile determinazione politica.

Le colombe controbattono che difendere di Taiwan è inattuabile, a meno di non ricorrere all’atomica. Gli Usa non reggerebbero una guerra prolungata a migliaia di chilometri dalle basi più vicine, contro un nemico ostinato che ha enormemente ampliato la sua potenza militare e continuerà a rafforzarla. Per quanto doloroso, è normale che gli Usa abbandonino gli alleati delle cause perse (vedasi Vietnam o Afghanistan) qualora non sono in ballo interessi vitali. Meglio concentrarsi sulla difesa di obiettivi più rilevanti come Filippine o Corea. Peraltro europei, australiani e giapponesi sarebbero poco inclini a immolarsi per Taipei.

Ma, a voler essere smaliziati, tale diatriba ha uno stantio sapore novecentesco. Una volta le guerre si combattevano per il dominio territoriale. Oggi si combattono per occupare i gangli della primazia economica. Taiwan riveste un cruciale ruolo planetario: è l’Arabia Saudita dei chip, vale a dire le componenti basilari in tutti i settori manufatturieri, dall’elettronica all’autotrazione, dagli elettrodomestici ai computer. Fino alle applicazioni militari. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc) è l’azienda più potente e avanzata al mondo. Vanta una posizione dominante nei chip di ultima generazione, quelli che permettono a colossi come Apple) di detenere il vantaggio competitivo globale.

In caso di invasione, i piani taiwanesi prevedono la distruzione delle fabbriche di chip per non lasciarle ai conquistatori. Il software invece è da tempo al sicuro nel cloud. A questo punto, gli Usa avrebbero un incentivo potente a concedere immediatamente l’asilo politico a migliaia di tecnici, ingegneri e programmatori per ricostruirle (più avveniristiche ed efficienti) sul loro suolo. Non è un caso che Tsmc, il 1° giugno in Arizona abbia iniziato a costruire una fabbrica (per un investimento di 12 miliardi di dollari) per chip di ultima generazione. Una seconda verrà messa in cantiere a breve. Insomma gli Usa conquisterebbero una superiorità tecnologica insperata e duratura, inglobando l’asset straordinariamente più pregiato di Taiwan.

L’epilogo di questo scenario fantapolitico sarebbe la mutilazione della vittoria militare di Xi Jinping. In ultima analisi, questo ruolo di Arabia Saudita dei chip frena le mire bellicistiche di Pechino, inducendo ad adottare una condotta decisamente meno muscolare.

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