Interventi

Valorizzare il ruolo di raccordo dell’ufficio del processo penale

di Manfredi Bontempelli

(AdobeStock)

3' di lettura

Il dibattito ospitato dal «Sole 24 Ore», nei giorni scorsi, sulla questione della riforma della giustizia penale, deve tener conto di alcuni punti fermi derivanti dal contenuto del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) approvato dal governo Draghi e dai vincoli di contesto giuridico nazionale, in primo luogo costituzionale.

Il Pnrr, che è parte integrante del Next Generation EU, fissa chiaramente l’obiettivo (vincolante) di «ridurre del 25% i tempi di trattazione di tutti i procedimenti penali rispetto al 2019» (pag. 41). L’obiettivo del 25% condiziona quindi l’erogazione dei finanziamenti all’Italia da parte dell’Unione europea, il che è condivisibile trattandosi di tutelare una garanzia costituzionale (la ragionevole durata), che è fra l’altro strumentale al valore dell’efficienza giudiziaria, nel quadro del giusto processo penale. Significa abbattere il carico giudiziario, nell’ottica di assicurare un più adeguato livello qualitativo dell’accertamento giudiziale, soprattutto dibattimentale.

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Su questa premessa, è utile che la riflessione culturale e scientifica preceda, o comunque accompagni, il dibattito parlamentare sul d.d.l. A.C. 2435 in via di elaborazione, chiedendosi non “se”, ma “come” conseguire l’obiettivo del 25%, compatibilmente con i vincoli costituzionali.

Vanno, tuttavia, evitati equivoci.

Non necessariamente l’allungamento dei tempi di definizione dei processi dipende dalla durata dell’attività processuale, come dimostra la prassi giudiziaria, nelle fasi dell’udienza preliminare e dell’appello, quasi sempre celebrate in un unico giorno, salvo i casi più complessi.

Sarebbe, pertanto, inutile riformare la giustizia, limitandosi a modificare le norme sul processo, in chiave acceleratoria, senza affrontare i problemi d’inefficienza giudiziaria che si situano a monte del processo. Merita, invece, apprezzamento l’approccio della “Commissione Lattanzi” teso a farsi carico dei problemi di funzionamento della macchina giudiziaria, attraverso gli istituti processuali di taglio deflattivo, adeguati meccanismi di “selezione del crimine” (criteri di prioritario esercizio dell’azione penale sta-biliti dal Parlamento), e riorganizzando i tribunali con l’“ufficio del processo penale”. È previsto che a questa interessante struttura organizzativa istituita presso gli uffici giudiziari, siano affidati anche compiti «utili per l’esercizio della funzione giudiziaria» da parte del magistrato, in quanto i collaboratori addetti alla struttura devono provvedere, «in particolare, allo studio dei fascicoli e alla preparazione dell’udienza, all’approfondimento giurisprudenziale e dottrinale, alla predisposizione delle minute dei provvedimenti» (art. 15-bis d.d.l. A.C. 2435).

Sono le attività di contenuto specialistico già contemplate per gli addetti all’ufficio per il processo, che verranno reclutati con contratto di lavoro a tempo determinato, nella misura massima di 16.500 unità nel periodo 2021-2024, ai sensi del d.l. 9 giugno 2021, n. 80, recante “Misure urgenti per il rafforzamento della capacità amministrativa delle pubbliche amministrazioni funzionale all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e per l’efficienza della giustizia” (v. allegato II). È opportuno sottolineare che il piano non potrebbe sopperire alle esigenze di reclutamento dei magistrati ordinari, ormai divenute improcrastinabili, dato l’esiguo numero di magistrati di ruolo, come dimostra il recente decreto ministeriale 18 giugno 2021, relativo alle procedure per il concorso a 310 posti di magistrato ordinario.

Va, poi, notato che dal d.l. n. 80/2021 si trae una conferma dell’attinenza anche all’amministrazione giudiziaria del buon andamento della pubblica amministrazione tutelato dall’art. 97 Cost. Inoltre, andrebbe valorizzata la calzante denominazione “ufficio del processo penale”, prevedendo una più ampia funzione di raccordo anche comunicativo degli addetti alla struttura, rispetto alle parti del processo, e fra le parti e il giudice. Potrebbero fra l’altro essere condivise le informazioni sui precedenti relative all’ufficio di riferimento. Verrebbe così facilitata la complessa operatività dell’ufficio giudiziario concepito come «collettività giudicante», secondo una risalente definizione di Gaetano Foschini, un grande giurista ben consapevole dei legami fra norme processuali e ordinamentali.
Ordinario di Diritto processuale penale, Università degli Studi di Milano

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