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Venezia, l’acqua alta e il Mose quasi finito. Perché le dighe non sono state usate

L’opera per difendere Venezia è alle battute finali. Manca solo il “meccanismo” per la messa in moto. Finora è costato 5,3 miliardi. Sarà pronto fra un anno (forse)

di Jacopo Giliberto


Il fantasma del Mose: l’opera incompleta da 5,5 miliardi

7' di lettura

Il succo in poche righe dopo l’acqua alta di martedì 12 novembre sera, arrivata a quasi 1,9 metri.

Il Mose per salvare Venezia dalle acque alte non è ancora finito. Il Mose è quasi finito, e quel “quasi” che manca è il motorino d’avviamento. Per questo motivo non è stato fatto funzionare. È completa e pronta la parte pesante e colossale di cemento e acciaio; deve essere finito ciò che farà muovere le paratoie per chiudere fuori dalla laguna l’acqua alta. Vanno istallati compressori, attuatori, sensori, cablaggi e così via. Finora sono stati spesi 5,3 miliardi (tangenti comprese) su una spesa totale e finale di 5,5 miliardi.

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Adesso è in gestione con impianti provvisori e si trova all’inizio del collaudo funzionale; sarà pronto per funzionare fra un annetto, se non ci saranno nuovi ostacoli e nuove legioni di oppositori. La consegna finale — con le firme, le strette di mano, il tappeto rosso, la banda musicale con gli ottoni lucidati e le foto — è prevista fra due anni. Poi ci sarà la manutenzione, che costerà ufficialmente fra gli 80 e i 90 milioni l’anno, ma facilmente costerà almeno un centinaio di milioni l’anno, visto che le cerniere delle paratoie mostrano segni di corrosione prima ancora che il Mose sia in funzione.

Mi dice un veneziano dallo spirito acuto: oggi è il Mose e per poter dividere le acque manca solamente l’accento finale.

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La città da difendere
Nel centro storico di Venezia resistono circa 50mila abitanti; contando le isole della laguna (come Murano, Burano, Pellestrina, il Lido e così via), Chioggia, Treporti e altre zone esposte al rischio delle acque alte si tratta di quasi 100mila persone.

La città finora è stata minacciata soprattutto dall’abbassamento del suolo. Il terreni cedevoli formati da sabbie e limi tendono a compattarsi con il tempo, ma il fenomeno della subsidenza è stato moltiplicato in modo furioso dall’uomo quando dagli anni ’30 agli anni ’80 Marghera ha spinto i pompaggi industriali dalle falde acquifere superficiali e il terreno è collassato con velocità impressionante.

Le sei ore della marea
L’abbassamento del suolo si fa vedere soprattutto con i cicli di marea creati dalle posizioni astronomiche di sole e luna: l’acqua del mare e della laguna si alza per sei ore (in dialetto veneziano, sevénte) e scende per sei ore (in dialetto veneziano, dozàna).
La posizione del sole e della luna rende più o meno forte il fenomeno di marea, al quale si aggiunge il vento che pompa l’acqua dell’Adriatico contro la laguna.

Che cos’è la laguna
La laguna è un vastissimo bassofondo di acqua di mare che si unisce con l’Adriatico tramite tre aperture molto larghe, cioè le bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia attraverso le quali le navi entrano in laguna e ormeggiano nelle diverse banchine.
La laguna è lunga una cinquantina di chilometri e nacque come foce deltizia dei fiumi Piave, Sile e Brenta. Il Canal Grande era un braccio del delta del Brenta.
La laguna è effetto dell’intervento umano (la Repubblica di Venezia caduta nel 1797, poi la breve occupazione austriaca fino al 1866 e infine l’Italia unita) che ne ha impedito l’interramento con secoli di lavori dal Trecento a oggi.

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Le dighe contro le maree
La soluzione individuata negli anni ’80 per salvare Venezia è stata il Mose, cioè un sistema di dighe colossali a scomparsa per chiudere il mare e la marea fuori dalla laguna. Chiudere le paratoie quando le condizioni di marea saranno proibitive per la città.
Nel mondo ci sono anche altre dighe, come quelle alla foce del Tamigi oppure le barriere realizzate in Olanda allo sbocco della Schelda, ma sono opere ad altissima imponenza. A Venezia è stato imposto di costruire dighe invisibili, per non turbare il panorama della laguna.

Come funziona il Mose
Il Mose consiste di tre (anzi, quattro) colossali barriere mobili a scomparsa posate sul fondo delle tre bocche di porto.
Sono cassoni d’acciaio incernierati sul fondo. Quando ci saranno condizioni di luna, sole, vento e pioggia per una marea alta più di 1 metro allora sarà pompata aria nei cassoni, i quali per galleggiamento si alzeranno affiancati l’uno all’altro formando una barriera per tenere l’acqua fuori dalla laguna. Quando poi la marea scenderà, i cassoni verranno allagati d’acqua e riaffonderanno nei loro alloggiamenti nascosti sul fondo, riaprendo il passaggio e lo scambio di acqua fra il mare e la laguna.

I numeri del progetto
Il progetto prevede che le dighe a scomparsa resistano a maree alte fino a 3 metri (quella di martedì 12 era alta poco meno di 1,9) e, se il cambiamento del clima farà innalzare i mari, possano governare un livello medio del mare più alto di 60 centimetri rispetto a oggi.
È prevista una durata di progetto di 100 anni, anche se fenomeni di corrosione già rilevati alle giunture sul fondo e altri problemi tecnici emersi in questi mesi di prove fanno temere un impegno importante per far funzionare per un secolo questa macchina immensa.

Chi costruisce e gestisce il Mose
Il Consorzio Venezia Nuova, l’organismo che costruisce e gestirà il Mose, dopo le inchieste che avevano scoperto il tangentificio vorticoso e dopo la paralisi ennesima dei lavori ora è commissariato, sotto controllo attentissimo.
Finora il progetto Mose è costato 5 miliardi e 493 milioni.

Mosè e il faraone
Mose è la sigla di Modulo sperimentale elettromeccanico, che era il nome di un singolo cassone sperimentale costruito negli anni ’70. Ma il nome di quell’oggetto sperimentale era ricco di assonanze e richiamava Mosè che, narra la Bibbia, divise le acque del mar Rosso salvando il suo popolo dalla minaccia del cattivo faraone. La sigla piacque tantissimo e venne estesa a tutto il progetto.
I nomi accrescitivi e faraonici percorrono tutto Mose prima ancora che il “Comitatone” (comitato interministeriale per la salvaguardia di Venezia) approvasse il “Progettone” il 3 aprile 2003.

Le date del Mose
I 16 anni dal Comitatone che deliberò l’opera sono solamente la parte finale di un progetto che risale a mezzo secolo fa, a quel 4 novembre del 1966 quando ci fu l’acqua alta più devastante per Venezia; da allora la città cominciò a svuotarsi di abitanti e a trasformarsi in un turistificio furibondo.
Seguirono la Legge Speciale per Venezia e una legge che nell’aprile del 1984 individuò nelle dighe a scomparsa la soluzione per salvare dal mare la città.

Il 3 aprile 2003 il Comitatone diede il via libera al progetto.
Nel maggio 2003 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fece la cerimonia di posa della prima pietra e l’allora ministro delle Infrastrutture, era Pietro Lunardi, pronosticò con entusiasta ottimismo che l’opera sarebbe stata pronta in appena 8 anni, cioè nel 2011.
Il 2011 è passato e niente, il Mose non esisteva ancora.
Nell’estate 2014, tutto si fermò per un’inchiesta sulle spese faraoniche del Consorzio Venezia Nuova, con 35 arresti, la stima di tangenti per 40 milioni e il blocco totale dei lavori.

Che cosa c’è e che cosa manca
Sono state posate tutte le 78 paratoie che formano le quattro barriere alle bocche di porto di Lido (due sezioni affiancate), Malamocco e Chioggia. Sono stati costruiti gli edifici tecnici e la sala comando alla bocca di porto di Malamocco, a fianco della torre piloti di Rocchetta che è la torre di controllo dell’intero porto.
Mancano gli impianti accessori, come alcune batterie di compressori, gli arredi, gli ascensori, diverse condutture, numerosi attuattori oleodinamici.
Le barriere vengono azionate in via sperimentale ma mancano i collaudi finali, manca la cabina di regìa e la procedura di autorizzazione per l’apertura e la chiusura delle dighe mobili.
Le diverse prove di sollevamento hanno esiti positivi ma l’esperimento alla bocca di Malamocco in programma per lunedì 4 novembre era stato sospeso per anomalie ad alcune condutture, che entravano in vibrazione.

Il cronoprogramma attuale è il seguente:
30 giugno 2020 - termine della realizzazione degli impianti definitivi e inizio del funzionamento.
31 dicembre 2021 - consegna delle opere e inizio gestione
Allo stato attuale tutte e quattro le barriere del sistema Mose (Treporti, San Nicolò, Malamocco e Chioggia) sono movimentate in modalità provvisoria per
testare il funzionamento globale delle opere elettromeccaniche (in assenza di forzanti meteomarine, cioè solo in condizioni di mare calmo) per verificare se ci sono problemi sostanziali;
misurare le prestazioni del sistema (come i tempi di movimentazione);
garantire la manutenzione del sistema attraverso attività periodiche di sollevamento (in modo da tenere attivi e rodati gli impianti tecnologici e nei limiti del possibile limitando l’accumulo di sedimenti).

Il funzionamento in “modalità provvisoria” è consentito oggi mediante il ricorso a una dotazione minima di impianti (principalmente meccanici, elettrici e di controllo) con potenzialità ridotte e privi delle ridondanze e delle sicurezze previste dal sistema nella sua configurazione definitiva, e mancano gli impianti ausiliari (come l’impianto Hvac, l’impianto antincendio e così via) che saranno completati nei prossimi mesi.

A che cosa serve il Mose
Venezia patrimonio dell’umanità è uno dei simboli del mondo, insieme con il Colosseo di Roma, la torre Eiffel di Parigi e con la statua della Libertà di New York. Viene visitata ogni anno da più di 20 milioni di persone (più alcuni milioni di visitatori fai-da-te che sfuggono alle statistiche).

Ci sono decine di imitazioni nel mondo: una fra tante, la finta Venezia costruita nel centro commerciale Villaggio di Doha, in Qatar sul Golfo Persico, dove sotto un cielo intonacato a nuvole è stato scavato un canale con ponti sul quale scivolano gondolette di plastica con motore elettrico piene di turisti e condotte da gondolieri pachistani col cappello di paglia e l’aria triste.
Ma Venezia è destinata a sparire. Forse fra 50 anni o fra 500 anni. Il Mose serve a far durare Venezia il tempo necessario al futuro remoto quando ci saranno tecnologie migliori e definitive.

Altre soluzioni
C’è chi propone un’enorme diga da Marghera al Lido per dividere in due la laguna. Chi vorrebbe sollevare la città gonfiando con fluidi il sottosuolo sprofondato e chi si è fatto avanti con l’idea bislacca di migliaia di cric montati sotto le case.
Contro il Mose si sfogano fantasie, desideri di rivalsa, rifiuto del mondo che cambia e dei mari che s’alzano, visioni poetiche o perfino distruttive.

Nota personale
C’ero all’alluvione del 4 novembre 1966, avevo 5 anni e ne conservo lacerti di memoria in bianco-e-nero; noi veneziani abbiamo gli stivali di gomma anche nell’anima. Non è stata danneggiata la mia barchetta, una sampierotta di 7 metri di legnami assortiti.

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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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