Lo stato dell’Unione

Von Der Leyen tra successi e aspettative deluse

di Sergio Fabbrini

(AFP)

4' di lettura

Com’era prevedibile, il discorso tenuto mercoledì scorso dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sullo “Stato dell’Unione” ha diviso gli osservatori. Per alcuni è stato un discorso da bicchiere mezzo pieno, per altri da bicchiere mezzo vuoto. Certamente, il bicchiere europeo è risultato mezzo pieno nelle politiche in cui la Commissione ha potuto svolgere un ruolo di leadership, per via della competenza o dell’emergenza. La Commissione, ha detto von der Leyen, ha raggiunto risultati importanti nell’azione anti-pandemica, all’interno («più del 70 per cento della popolazione adulta europea è stata pienamente vaccinata») e all’esterno («abbiamo consegnato più di 700 milioni di dosi al resto del mondo, a più di 130 Paesi»). Contrariamente a ciò che pensavano (o speravano) i sovranisti, l’Unione europea (Ue) ha dimostrato di essere viva e vegeta, non già “il morto che cammina” (denunciato da Marine Le Pen e dai suoi amici italiani).

Il bicchiere europeo è risultato però mezzo vuoto nelle politiche la cui decisione è controllata (o condizionata) dagli stati membri. Qui sono emerse le «inconsistenze e imperfezioni» riconosciute dalla stessa Ursula von der Leyen.Il discorso sullo “stato dell’Unione” è stato importato a Bruxelles da Washington D.C. Ogni anno (nel mese di febbraio), il presidente americano si rivolge al Congresso (Camera dei Rappresentati e Senato) per sottoporgli le sue proposte di azione legislativa per l’anno che segue. Nel sistema separato americano, l’approvazione del Congresso è necessaria per implementare quelle proposte. Come spiegò Nelson Polsby, il presidente americano non è il governo, ma è il capo del potere esecutivo. Come tale, però, ha la parola su tutte le politiche nazionali. A Bruxelles, le cose sono però più confuse. La Commissione non solo non rappresenta il governo dell’Europa, ma non è neppure l’unico organo del potere esecutivo. Certamente, ha una competenza esclusiva in alcune limitate politiche (come la politica commerciale oppure la politica contro gli aiuti di stato), dispone del monopolio dell’iniziativa legislativa nelle politiche relative alla regolamentazione del mercato unico, ma il suo ruolo esecutivo è istituzionalmente secondario nelle politiche (fiscale, di difesa, degli esteri, dell’asilo e dei rifugiati, ad esempio) che sono vicine al cuore della sovranità degli stati membri (i core state powers, secondo la definizione di Philip Genschel e Markus Jachtenfuchs). Qui, il potere esecutivo è gestito collegialmente dai capi dei governi nazionali che si coordinano attraverso il Consiglio europeo, oppure dai loro ministri che si coordinano nelle varie formazioni del Consiglio dei ministri. La Commissione è presente in quegli organi intergovernativi (attraverso la sua presidente, nel Consiglio europeo, oppure singoli commissari, nei Consigli dei ministri), ma la sua influenza è limitata, sia dai Trattati che dall’assenza di risorse autonome con cui sostenere le proprie proposte. In politiche cruciali, dunque, la Commissione è costretta ad agire come un segretariato dei governi nazionali, piuttosto che come un potere esecutivo in senso proprio.

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Ed è in queste politiche che il bicchiere europeo è risultato mezzo vuoto. In tali politiche, la Commissione può sollecitare l’azione dei governi, ma non può sostituirli. Nel suo discorso, infatti, Ursula von der Leyen ha impegnato la Commissione a sollecitare il “Riesame della Governance Economica”, l’elaborazione di una nuova “Dichiarazione Congiunta EU-NATO”, la discussione sulla “Unione europea della difesa”, la riflessione sul “Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo”. In politiche cruciali, la Commissione può invitare i governi nazionali ad agire, ad avere una maggiore fiducia reciproca, ma non può sostituirsi ad essi. In quelle politiche, l’Ue procede se i governi nazionali riescono a coordinarsi, si paralizza se non riescono a farlo. Così è avvenuto, così sta già avvenendo. Nella politica fiscale, l’Ue è divisa tra chi vuole ritornare al vecchio Patto di stabilità e crescita del 1994 e chi ritiene che esso debba essere riformato, rendendo permanente Next Generation EU. Una divisione che non sarà risolta dagli elettori europei, ma dagli elettori tedeschi (forse) che voteranno tra due settimane. Nella politica migratoria, l’Ue è divisa tra chi difende la logica della Convenzione di Dublino del 1990 (secondo la quale spetta i Paesi di primo arrivo farsi carico degli immigrati, oltre che dei rifugiati e richiedenti asilo) e chi invece chiede un nuovo regolamento per redistribuire questi ultimi tra gli stati membri. Una divisione che non sarà risolta dagli elettori europei, ma degli elettori ungheresi o polacchi (forse) alle loro prossime elezioni nazionali. Nella politica della difesa, l’Ue è divisa tra chi vuole rimanere alle dipendenze esclusive della NATO e chi invece propone di elaborare una strategia europea autonoma dalla NATO. Una divisione che non sarà risolta dagli elettori europei, ma dagli elettori francesi (forse) che voteranno la primavera prossima. Il bicchiere è mezzo vuoto perché l’Ue dipende dalle decisioni dell’uno o dell’altro dei suoi stati membri.

Concludendo il suo discorso, Ursula von der Leyen ha detto che «per quanto imperfetta, la nostra Unione è straordinaria nella sua unicità e unica nella sua straordinarietà». In politica, la retorica è importante, in quanto genera l’emotività necessaria per far sentire i cittadini parte di un comune progetto. Tuttavia, di retorica, l’Ue può anche deperire. Le aspettative deluse, infatti, costituiscono un nemico per lei altrettanto insidioso dei sovranisti.

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