La grande attesa

Wembley e Wimbledon, riusciranno Mancini e Berrettini a colorare Londra d’azzurro?

Le sfide incrociate vedono Berrettini affrontare il n.1 del tennis mondiale Đioković mentre la Nazionale di Mancini contende Euro2020 agli inglesi, in casa loro

di Dario Ceccarelli

Gli azzurri lasciano Coverciano, da Firenze per Londra

5' di lettura

Domenica 11 luglio 2021: tanto per cominciare godiamoci queste ultime ore di vigilia. Comunque vada a finire, nessuno ci potrà più togliere questa straordinaria sensazione di leggera follia. E non solo perchè l’11 luglio rimanda alla vittoria dell’ormai mitico Mundial ’82, ma soprattutto perchè non capita tutti i giorni che Londra si possa colorare d'azzurro.
Tra Wembley e Wimbledon, il tempio del calcio e il tempio del tennis, in linea d'aria ci sono circa 15 chilometri. E in questi 15 chilometri può succedere di tutto.

Può succedere che 53 anni dopo l'Italia del calcio vinca il suo secondo Europeo togliendo la corona proprio agli inglesi (così presuntuosi da aver programmato un giorno di festa nazionale in caso di successo) e può anche succedere che un tennista italiano, Matteo Berrettini, riesca addirittura a vincere il torneo più snob e prestigioso del globo.

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Sarebbe un'impresa eccezionale sia perchè il nostro Matteo ha davanti a sé un mostro sacro come Đioković, sia perchè finora in 133 edizioni precedenti non eravamo andati oltre a una semifinale con Nicola Pietrangeli nel 1960. “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” diceva un certo Shakespeare che giocava su altri palcoscenici qualche secolo fa. I sogni non costano nulla, certo. l'importante però è che per realizzarli ci si svegli prima scendere un campo: ma non è un rischio che corrono né Matteo né i ragazzi di Mancini, tutti ben concentrati sull'obiettivo. Certo, son soddisfazioni.

Una sfida che parte da lontano

Una volta, prima che gli azzurri nel 1973 espugnassero Wembley con il gol di Capello, noi italiani venivano guardati come gli ultimi della fila anche se avevamo già vinto due Mondiali e loro appena uno nel 1966. Ma gli inglesi si son sempre considerati gli inventori del calcio, i signori del pallone che andavano in giro per il mondo a spiegare come si fa. Noi, con le nostre valigie di cartone, potevamo giusto essere dei “camerieri” e tali appunto ci chiamavano. Poi la storia (del calcio) è andata diversamente assegnando all'Italia ben 4 titoli mondiali, un Europeo e dieci finali in grandi tornei internazionali. Insomma, rispetto a Harry Kane e soci non corriamo certo il rischio di sfigurare.

Abbiamo la nostra bella argenteria da mostrare. Non ultima quella esibita in questo Europeo, visto che dopo aver stravinto a punteggio pieno il nostro girone, abbiamo poi superato nazionali come l'Austria, il Belgio e la Spagna. Quella Spagna, giusto per ricordare, che tra il 2008 e il 2012 ha vinto due Europei e un Mondiale. Per non parlare del Belgio fino a una settimana fa considera la squadra più forte del mondo.L'Italia finora ha fatto un ottimo torneo anche se con la Spagna, dopo una sfida sofferta, è passata solo con i rigori. Un'Italia meno brillante rispetto alle precedenti partite che per una volta si è ritrovata a subire il gioco altrui. Un passo indietro rispetto al virtuoso percorso degli azzurri. Un passo indietro che, al di là dei soliti trionfalismi per il passaggio in finale, ha suscito critiche legittime. Siamo tornati indietro? Tutto quello che Mancini ha insegnato in questi tre anni è svanito nel nulla?

Come stanno gli azzurri

La verità probabilmente sta nel mezzo: con gli spagnoli, maestri del palleggio, gli azzurri hanno patito la superiorità tecnica degli avversari. Però, dimostrando una coesione straordinaria, sono stati in grado di tirar fuori la vecchia anima dell'Italia, che è quella più difensiva, figlia di una consolidata tradizione che altri non hanno. Diciamo insomma che gli azzurri hanno potuto far ricorso a due registri: quello offensivo che l'Italia ha mostrato fino alla partita col Belgio; e quello più di contenimento emerso contro la Spagna. Vincere ai rigori comunque non è un colpo di fortuna. Anzi, è quasi sempre un segno di personalità. Bisogna saperli tirare, e saperli parare. Cosa che gli azzurri hanno fatto con freddezza e abilità.

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In questa finale ci tocca l'Inghilterra. Non sarà semplice. Per tanti motivi. Il primo, elementare, è che è una squadra forte, equilibrata, con delle individualità perfino superiori alle nostre. Hanno tanto frecce al loro arco. A partire dalla difesa che, finora, ha incassato un solo gol su punizione dalla Danimarca. Bisogna saperla pressare, aggredire. Quindi tornare ad essere l'Italia che avevamo ammirato prima della Spagna. Sperando che Immobile torni a far gol. Un altro elemento di forza della squadra del c.t.Southgate, è la pericolosità sulle corsie esterne. Sono veloci, molto aggressivi. Oltre a Sterling (incontenibile nel dribbling, sarà un problema per Di Lorenzo fermarlo), ci sono anche Foden, Sala, Sancho, Grealish. Poi c'è Harry Kane, un attaccante cui è difficile prendere le misure. Non aspetta che gli diano la palla. Spesso se la va a prendere. E in mezzo all'area è devastante, di testa e di piede. Era partito male, ma ora il bomber ha trovato fiducia e continuità. Lo marcheranno Chiellini e Bonucci, coppia espertissima che finora ha funzionato alla perfezione. Meglio però non rischiare. E tornare al nostro gioco rapido e offensivo. Bisogna intimidirli tecnicamente, muoverci con la palla saltando i due centrocampisti Rice e Philips, giocatori molto fisici, ma non insuperabili se aggirati con triangolazioni veloci.

Fattore Wembley

Gli inglesi giocano in casa, e questo fattore può pesare. Wembley è uno stadio importante, suggestivo, che può far pressione e anche paura. I tifosi inglesi saranno in grande maggioranza. Però la pressione vale anche per i padroni di casa. Sanno che devono vincere, che è dal 1966 che non conquistano qualcosa di importante. Se le cose si mettono male, per gli inglesi, Wembley può anche diventare un incubo anziché un sostegno. Inoltre ci temono, siamo l'unica squadra latina che affronteranno in questo Europeo. Sanno che siamo in crescita e che abbiamo un grande passato alle spalle. Insomma, sarà dura anche per loro. Non mancano le tensioni “geopolitiche”. Dopo il generoso rigore assegnato agli inglesi contro la Danimarca, girano voci non “simpatiche” su quanto questo Europeo sia stato organizzato ad uso e consumo dell'Inghilterra. Non mancano le allusioni al fatto che l'Uefa abbia qualche debito “politico” nei confronti del premier Boris Johnson rapidissimo a bloccare il golpe, poi abortito, della Superlega.

Insomma, tira un venticello favorevole alla nazione ospitante. Cose, diciamolo,che avvengono in tutti i tornei, dove le nazioni più forti fanno pesare la loro forza. Dovunque a Londra si sente quella specie di inno (“Football is coming home”) cantato in modo ossessivo nelle radio e nelle tv. Non mancano ovviamente gli sfottò su vizi e virtù degli italiani. Tutte cose cui noi sappiamo replicare benissimo. A parte le ironie sull'immangiabile pizza con l'ananas che propinano a Londra, la foltissima tribù dei residenti italiani nella city batte il chiodo sui vizi della monarchia e sulle abitudini della perfida Albione. Noi siamo “maccheroni” ma voi che spaghetti cucinate? Insomma, robe così, nazionalismi da trattoria, che fanno parte del folklore di queste vecchie sfide.

L'unico aspetto da non prendere sottogamba, è quello sulla sicurezza. Si ride e si scherza, ma la situazione Covid nel Regno Unito è davvero preoccupante. I contagi sono in costante aumento. La decisioni di aumentare la capienza della stadio a 60mila posti (45mila di tifosi inglesi), non è piaciuta a tanti paesi europei. Mario Draghi l'ha sottolineato apertamente. Anche Angela Merkel e l'Organizzazione Mondiale della sanità l'hanno criticata. Si scherza col fuoco. E su questo scontro certo pesano anche le tossine del post Brexit. Per gli inglesi ”riportare a casa il football” ha comunque un non trascurabile connotato antieuropeo. Sta all'Italia, questa volta, darà una spallata alla Brexit. Incrociando le dita, è un compito alla nostra portata. Che anche il presidente Sergio Mattarella, presente a Wembley, apprezzerebbe con il suo solito stile.

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