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Woodstock 50 anni dopo: sembrava la rivoluzione ma era la fine del sogno

Dal 15 al 17 agosto 1969 si tennero i «tre giorni di pace e musica» che sconvolsero il mondo: 400mila hippie nelle campagne a Nord di New York, una comune temporanea che ebbe come inno «The Star Spangled Banner» nella versione elettrica di Hendrix. Poteva essere l’origine del mondo nuovo, ma era più semplicemente l’estate indiana degli anni Sessanta

di Francesco Prisco


Woodstock 50 anni dopo, resta una spianata silenziosa

4' di lettura

«Ehi gente, mi tocca proprio dire che dovete essere il mucchio di persone più forte che abbia mai visto: tre giorni, gente, tre giorni! Vi amiamo. Andate a dire loro chi siamo». Così parlò Stephen Stills. «Lo sentiranno chi siete», mormorò Graham Nash, seduto alla sua destra. «Lo sapranno tutti, se cantate», aggiunse David Crosby. Tre ragazzi di 24, 27 e 28 anni. Erano le 3 di mattina e di fronte avevano qualcosa come 400mila persone, più o meno della loro stessa età, assiepate da ormai tre giorni in una remota località di campagna a Nord di New York.

Non è un Paese per vecchi
L’America degli anni Sessanta non era un Paese per vecchi. Da quelle parti capitava infatti che, spesso e volentieri, a fare la storia fossero donne e uomini al di sotto dei trent’anni. Andò così pure a Woodstock, il più grande maxi-raduno della storia del rock: dal 15 al 17 agosto del 1969, esattamente 50 anni fa, si svolsero i «tre giorni di pace e musica» che sconvolsero il mondo. Una roba pensata da giovani, messa in piedi da giovani, per i giovani. Una specie di mondo nuovo con l’urgenza di comunicare una nuova visione del mondo a tutto il resto del mondo. Tutti o quasi figli della generazione dei baby boomers quelli che salirono sul palco: da Jimi Hendrix agli Who, da Joan Baez agli stessi Crosby, Stills & Nash, passando per Janis Joplin, Grateful Dead e Jefferson Airplane. La cosa è nota, almeno quanto il film firmato da Michael Wadleigh che un anno più tardi celebrava l’evento, in un certo senso «globalizzandolo».

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Woodstock, 50 anni fa il festival che sconvolse il mondo

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I quattro cavalieri della Woodstock Ventures
Meno noto è il fatto che a organizzare Woodstock furono essenzialmente quattro giovani, coetanei di quanti salirono sul palco. Il progetto era di Michael Lang, un hippie che aveva nel curriculum il Miami Pop Festival del ’68, happening esplosivo dalle perdite immense. L’intraprendenza ce la mise Artie Kornfeld, uno che a 21 anni era diventato nientemeno che il vicepresidente della Capitol Records. I soldi erano di Joel Rosenman e John Roberts, due ragazzi di buona famiglia decisi a far fruttare le proprie eredità milionarie. Questa era la Woodstock Ventures, nata con il duplice intento di creare nella località della provincia newyorkese frequentata da artisti, hippie e freak da un lato una sala d’incisione, dall’altro un festival musicale. Il primo progetto naufragò piuttosto rapidamente. Il secondo, nonostante continui imprevisti (gli spostamenti di sede dovuti all’ostilità della comunità locale, su tutti), alla fine trovò collocazione nella cittadina di Bethel, presso la fattoria di tale Max Yasgur.

Il naufragio del concerto celebrativo
La ricorrenza tonda impone celebrazioni con tutti i crismi. Lang, ormai 74enne, aveva persino provato a organizzare un concerto tributo con un cast piuttosto discutibile (da Jay-Z a Miley Cyrus), un po’ come si era fatto per il 25ennale e il 30ennale, ma stavolta la faccenda è finita a carte bollate. Troppo lontano lo spirito dei tempi odierni dal Flower Power che fu? Può essere. Se tuttavia, a prescindere dall’anagrafe, vi sentite più in sintonia con il Flower Power, ci sono almeno tre uscite che non dovete perdervi.

Il box della Rhino
La prima è l’eccezionale box Woodstock Back to the Garden 50th Anniversary Edition, pubblicato da Warner su etichetta Rhino: dieci cd che mettono in fila tutti i set dei formidabili tre giorni. Da Richie Havens, il folksinger che aprì le danze solo perché abitava a pochi chilometri dalla particolarissima venue, alla Stratocaster crema di Hendrix che, quando ormai l’ultima serata di festival era andata a sfociare nella mattinata successiva, rivoluzionò l’Inno americano. Il tutto infilato in un libro con preziosissime illustrazioni. Subito finita sold out, invece, l’edizione limitata (solo 1969 copie) da 38 cd venduta a 715 euro.

Le memorie di Lang e Scorsese
C’è Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo, volume di Hoepli a firma di Mike Evans e Paul Kingsbury che si avvale della prestigiosa prefazione di Martin Scorsese, all’epoca dei fatti addetto al montaggio di quello che sarebbe diventato il film. E poi c’è Woodstock, 3 giorni di pace e musica (Rizzoli Lizard), cronaca di quanto accadde sopra e sotto il palco a firma dell’uomo che rese possibile tutto ciò. Ossia lo stesso Lang.

Cronaca di un fallimento imprenditoriale
Il festival sul piano imprenditoriale fu più che un disastro. Avete visto mai un concerto che, causa eccesso di pubblico, a un certo punto apre i cancelli a tutti? Eppure gli organizzatori – tra royalties di film, dischi e merchandising – avranno di che camparci di rendita. «Il music business nacque là», sentenzierà un acido Neil Young. E come ancora oggi succede nel music business non mancarono i compromessi. Bill Graham, il promoter più influente di sempre, pretese di entrare nell’affare. Abbie Hoffman, leader del Movimento americano, volle un sostanzioso obolo per le attività dei propri militanti.

I compromessi sul cast
Nell’allestimento del cast, servirono prove di grande realismo. Chi fa l’headliner? Il sogno proibito di Lang sarebbe stato chiamare i Beatles che, tuttavia, da ormai tre anni avevano sospeso l’attività live. Bob Dylan a Woodstock ci viveva ma, reduce da un brutto incidente con la moto, era piuttosto restio all’idea di partecipare a un maxi-raduno. Niente «nomi ecumenici» della cultura rock, da qui l’idea di dare vita a un festival «orizzontale», il primo che attribuisse pari dignità a tutti i partecipanti, senza caratteri cubitali per la star di punta. Eppure il cachet da 18mila dollari più le spese di Jimi Hendrix non era per nulla paragonabile ai 4.500 dollari portati a casa dal maestro del sitar Ravi Shankar.

E in Italia nessuno si accorse di niente
In Italia, in quell’agosto di 50 anni fa, nessuno si accorse di niente: in classifica imperversava Mario Tessuto con Lisa dagli occhi blu. Negli Usa, invece, il magazine Life parlava di «Phenomenal Woodstock Happening». Poteva essere l’alba del mondo nuovo, ma Woodstock era molto più semplicemente l’estate indiana degli anni Sessanta. La rivoluzione era già storia di ieri.

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