Sfilate

Zegna, l’abito modulare è il nuovo linguaggio del tradizionale formale

di Angelo Flaccavento

2' di lettura

Un labirinto vegetale, varie possibilità d’uscita, lo spazio aperto della città come luogo liberatorio e il metateatro che entra fluidamente nella dimensione del quotidiano: la quattro giorni milanese della moda maschile - questa stagione in forma ibrida, insieme fisica e virtuale - si apre da Ermenegildo Zegna con un video che è potente metafora di questi quindici mesi sotto ogni profilo sconvolgenti. Venirne fuori con leggerezza è il messaggio che Alessandro Sartori, direttore artistico in brillante stato di grazia - nei capaci, i momenti di crisi scatenano fantasia e sinapsi - condensa in una collezione che rinnova radicalmente il linguaggio del tailoring, sostituendo all’azzimata formalità del passato una morbida appropriatezza, un pragmatismo pieno di poesia.

«Il tessuto fa il capo» spiega Sartori, riferendosi alla levità delle costruzioni, invero decostruzioni. Non ci sono spalline, contrafforti, segni che irrigidiscono; i volumi sono ampi, staccati dal corpo, ma armonici e privi di forzature; i colori muovono dai toni gessosi e acquosi al tabacco ai blu profondi, con essenziale precisione. Sartori lo chiama The (new) set, con nuovo tra parentesi, consapevole forse di quanto facilmente la moda abusi dell’aggettivo. Però la sua proposta è davvero nuova: non c’è un solo abito tradizionale, men che mai una cravatta, ormai ridotta a cappio, eppure il sopra coordinato al sotto in monocromia suggerisce l’idea di una uniforme di sorta, libertaria invece che annullante, estremamente pratica, trasfigurazione contemporanea di certo workwear anno Quaranta.

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Sartori immagina un repertorio di forme modulari, che anche le donne possono indossare, e lascia che sia il cliente a interagire in maniera personale con il capo. Quasi non ci sono taglie; tiranti e coulisse invitano a ricalibrare i volumi.

Tutto appare fluido e senza sforzo, inclusi i tessuti, tra i quali spicca una lana liquida dalla mano come di mercurio, e poi mischie di fibre animali e vegetali che creano intrecci vissuti, pastosi. Nei mesi della pandemia, Sartori ha trovato una spinta creativa davvero evolutiva, che si è concretizzata non solo nel rinnovamento delle forme, ma anche in una narrativa filmica che non fa rimpiangere la sfilata, fatta di movimenti di macchina e inquadrature inequivocabili: stilemi al pari del taglio di un rever o di una patta, perché lo stile è cosa totale.

Nel giorno di apertura della fashion week si inserisce anche Gucci, con la piccola presentazione in negozio di alcuni capi del centenario, già visti nel video Aria. Non una nuova collezione quindi, ma una occasione per apprezzare da vicino il prodotto. Notevoli i pezzi pop - borse e felpe - che riproducono versi di canzoni dedicate al marchio e l’impressionante numero di volte - oltre 20mila - che Gucci viene citato nella discografia contemporanea.

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